Zaia alza i toni: metteremo i nostri amici nelle Fondazioni

Il cardinale Bagnasco ha espresso un parere sul tema dei tre lavoratori di Melfi che però non deve fare dimenticare che il problema fondamentale non è quello, ma è la proposta che l’ad della Fiat, Sergio Marchionne, fa ai vertici sindacali nazionali di un nuovo tipo di relazioni basato sulla collaborazione fra imprese e lavoratori per lo sviluppo della produttività, sia col contratto nazionale che con quello aziendale, ispirato al modello Pomigliano. La proposta trova il consenso della Cisl e di gran parte della Uil e l’avversione della Cgil. Pertanto Cesare Romiti ha ribattuto che «il sindacato lo puoi sconfiggere, ma non lo puoi dividere». In base a questo principio, Marchionne dovrebbe annacquare la sua proposta e riammettere alla linea di produzione i tre operai di Melfi aderenti alla Cgil per ottenere il consenso cigiellino, come ha lasciato intendere anche Bagnasco richiamando le parole di Napolitano.
Ci sono vari argomenti, sia teorici che pratici, per cui la tesi di Romiti, che comporta il principio dell’unità sindacale e il contratto unico nazionale, non appare accettabile. Il primo di essi è che in questo modo non si adotta l’unità sindacale vera, ma si accetta l’egemonia della Cgil, con il suo centralismo e con la vecchia dottrina per cui essa soltanto è la genuina espressione della classe operaia e pertanto gli altri sindacati devono solo fiancheggiarla. Il punto è che con questo modello, la Fiat dagli anni ’90 in poi ha perso sempre più la competitività sul mercato interno e in quello internazionale. E l’Italia ha avuto una crescita della produttività molto bassa e inferiore alla media dell’eurozona.
Non ci hanno perso solo la Fiat e l’azienda Italia, ma anche il contribuente medio che ha dovuto sovvenzionare la Fiat. E il risultato è stato negativo anche per i lavoratori italiani del settore privato che negli ultimi dieci anni hanno avuto un aumento molto modesto dei salari ed hanno, attualmente, retribuzioni molto minori di quelle dei lavoratori degli altri paesi industriali europei. Dal 1997 al 2007, in Italia la produttività per ora lavorata è salita del 3% contro il 14% dell’area euro. Il prodotto lordo italiano è aumentato solo del 15%, vale a dire dell’1,5 medio annuo, contro il 25% dei paesi dell’eurozona, che corrisponde al 2,5 medio annuo. Nel settore delle imprese, la quota del fattore lavoro in Italia negli anni ’80 era superiore al 50%, ora essa è scesa al 57%. In Germania, la quota del fattore lavoro era il 50% e anche ora è attorno a questa percentuale. In ambienti favorevoli al modello centralista, che la Cgil adora e che la Fiom, la sua organizzazione del settore meccanico, non vuole sia adottato nelle aziende delle Fiat, si sostiene che la colpa di ciò è delle imprese e del governo che non fanno abbastanza investimenti. Ma ciò è falso. In Germania gli investimenti sono poco più del 18% del prodotto interno lordo, in Italia sono superiori al 21%. Eppure la Germania ha una quota di esportazioni sul Pil attorno al 45%, l’Italia ha una quota di export sul Pil del 30%. Essa è superiore a quella francese e inglese ed è fra le più alte dei grandi paesi industriali. Ciò perché le nostre imprese hanno saputo riconquistare i mercati internazionali, grazie ai grossi sforzi di investimento e di imprenditorialità e grazie alla introduzione di elementi di flessibilità derivanti dai contratti della legge Biagi, dai contratti integrativi periferici e dal decentramento alle imprese minori, che non sottostanno alle rigide regole sindacali, cui sono costrette le medie e le maggiori.
Ma questi espedienti comportano anche una difficoltà di crescita della produttività, soprattutto quando occorrono investimenti di grandi dimensioni e produzioni con costose tecnologie avanzate. In tali casi è essenziale far lavorare gli impianti giorno e notte, avere certezza della continuità della produzione e poter contare su una collaborazione dei lavoratori, con una organizzazione gerarchica, che non ammette le interferenze del sindacato nel processo produttivo contrariamente a quello che i sindacalisti di Melfi, licenziati e riassunti ritengono sia normale effettuare. Nel modello che Marchionne propugna, erroneamente definito paternalista, ciascuno partecipa al risultato, e ne condivide i frutti operando nel proprio ruolo. É un modello gradito alla social democrazia riformista e ai sindacati di tale indirizzo. E la Cisl vi è particolarmente favorevole, perché esso fa parte della sua ideologia «partecipativa» e «personalista». E non a caso i giovani di Cl hanno applaudito in modo entusiastico Marchionne. Secondo la filosofia di Antonio Rosmini, il massimo pensatore cattolico dell’Ottocento, di cui la Chiesa riscopre la straordinaria modernità, due sono i pilastri della costituzione sociale, il rispetto della libertà di ciascuno come persona umana e il diritto di proprietà che ne consegue. Se un sindacato sceglie Rosmini e don Sturzo, anziché Marx o Gramsci, perché, dovrebbe sottostare al credo degli eredi di Marx e di Gramsci?