Zeffirelli: "Due o tre cose che so su Silvio e Veronica"

Il Maestro racconta un’amicizia di 30 anni: «Lui ama le donne e odia
l’ipocrisia, lei ha fatto una cosa vergognosa Altro che divorzio sui
giornali, doveva solo dirgli “tu occupati del governo che agli sfollati
aquilani ci penso io”»

La fiorentinità di Franco Zeffirelli si annuncia già dal cancello con il simil Della Robbia sul muro di cinta della sua magnifica villa sull’Appia Antica. È solo l’assaggio. Il vero bagno in Arno lo farò sentendolo parlare ininterrottamente per due ore. Un quasi monologo divertito e irriverente tra le piante e i fiori del giardino lussureggiante.
Intorno al Maestro si muove come un carillon girevole la comunità zeffirelliana. Ho contato una dozzina di viventi. Cinque cani - tre trovatelli e due Jack Russell - che camminano sui tavoli e abbaiano alle lucertole. Il resto sono collaboratori, congiunti, inservienti che si aggirano come ombre tra stanze e viali. Ciascuno armeggia per conto proprio a debita distanza. Ma tutti lanciano sguardi discreti al Maestro e al giornalista che chiacchierano nel patio. I due sono seduti al tavolo rotondo dove Zeffirelli trascorre la giornata e in cui si affastellano carte e liquori. Sullo sfondo, la statua di un levriero nobilmente accovacciato. Omaggio a un defunto animale amato dal Maestro. Uso il termine Maestro perché qui tutti lo chiamano così. A lui non piace, assicura. Però si piega condiscendente al culto che gli è riservato.
A portarmi, a bordo della sua Smart, nella villa tra gli alberi del regista è l’addetta stampa, Francesca De Guida. Nel cortile sono parcheggiate a pettine sei auto. Una è un furgone - scuro ed elegante, ma vagamente funereo - che Zeffirelli usa per le medie distanze. Tra breve se ne servirà per la spola con l’Arena di Verona dove, a partire dal 19 giugno e per tutta l'estate, cura la regia del gotha operistico: Aida, Turandot, Barbiere di Siviglia, Tosca. All’interno c’è un lettino sul quale l’ottantaseienne Maestro, afflitto da anni dalla sciatica, viaggia disteso. Zeffirelli cammina a fatica e gira preferibilmente su una sedia a rotelle. È costretto a deglutire antidolorifici per la dannazione del suo povero fegato. È appena tornato da una puntata di mezza giornata a Parigi per consultare un luminare.
La villa ha un corpo centrale e edifici laterali. Uno di questi contiene l’archivio del Maestro. Video, registrazioni e costumi di mezzo secolo di regie cinematografiche, teatrali e operistiche raccolte in contenitori a forma di valigia e ordinati su alti scaffali. Responsabile della custodia è Rita, la segretaria, coadiuvata da due collaboratori che trasferiscono dati sul computer.
La casa vera e propria è visibilmente vissuta e ridonda degli oggetti di una vita.
«Da quanto la abita?», chiedo a Zeffirelli che indossa una camicia hawaiana a fiori.
«Decenni. Prima vivevo di più nella casa di Positano, ma dovevo fare 150 scalini, così l’ho venduta», dice.
«E si è comprato questa meraviglia romana».
«Questa villa è di Berlusconi ma ce l’ho io a vita. Un giorno spero di lasciarla ai miei figli e ritirarmi a Firenze dove sto aprendo un Centro internazionale delle Arti dello Spettacolo».
«Non sapevo avesse dei figli».
«Da 20 anni ho adottato due bravi ragazzi, Luciano e Pippo. Oggi, hanno 45 e 48 anni. Luciano è viterbese e non ha mai conosciuto il padre. Mi ha fatto da autista e da figlio e non ho più potuto farne a meno. Si occupa del giardino, degli animali, mi accudisce con amore. È quello lì», e indica un signore massiccio con i capelli grigi in pantaloncini corti che lavora attorno a una pianta. «Pippo invece è siciliano di famiglia numerosa. Lui è entrato con talento nel giro creativo del cinema e si occupa dell’amministrazione e della mia attività artistica». Pippo resterà per me un nome. So che è in casa, ma non si fa vedere.
«Deve essere amicissimo del Cav se le ha fatto omaggio di questa villa», dico.
«Lo conosco da trent’anni. Frequentava la Scala, seguiva il mio lavoro di regista. Gli devo tanto», dice. Poi, studiatamente, congiunge le mani sulla nuca, mi dà un’occhiata birbacciona e sbriglia la lingua. «Lo sanno tutti che la sua natura è di adorare clamorosamente le donne. È capace di fare i complimenti anche alle vecchie sfatte. Ho sempre detestato Veronica Lario e ancora di più adesso che gli ha fatto l’affronto pubblico. Quando Silvio la conobbe lei era bellissima e l’amante di Enrico Maria Salerno. La corteggiò e lei passò con lui facendo soffrire Salerno che era già malato. È furbissima e arida. A Silvio non ha mai dato il senso di avere una donna accanto. Non l’ha mai accompagnato alla Scala, ai congressi internazionali. È gravissimo. Invece di fare quella cosa vergognosa a mezzo stampa, poteva mettersi il cappotto e il cappuccio e andare al fianco del marito tra la gente dell’Aquila. Tutti hanno dato qualcosa ai terremotati. Lei, no. Doveva dirgli: “Tu occupati del governo, agli aquilani ci penso io”. Una cosa all’americana, come la moglie di Obama, o alla francese, come la Bruni. Almeno fingere di commuoversi. Invece, proprio tu, che non gli hai mai concesso niente, ti permetti di mettere in crisi uno della sua statura? Lui che potrebbe fare il miliardario e invece si è messo in testa di migliorare l’Italia. Doveva fare come ha fatto Sarkozy che si è liberato della rompiscatole Cecilia per trovarsene una più bella. Ma ha visto che le ha fatto il chirurgo plastico? Quelle labbra, gli zigomi che sembrano dolomiti. Povero Silvio, è andato a caccia e ha trovato l’animale sbagliato. E poi chi gliel’ha fatto fare di scusarsi come uno studentello? Sono fatti suoi se gli piace pizzicare il sedere delle ragazze. Un uomo come lui ha il diritto di infrangere le regole che sono spesso ignobili e ipocrite. Doveva buttarla a ridere invece di giurare sulla testa dei figli. Poteva dire qualcosa come: “Chi può resistere al fascino di una ragazza, soprattutto alla mia età?”. Silvio è un uomo vitale, è ovvio che le donne lo circuiscano. E poi è solo. Lei lo ha lasciato solo. Anche quando quel meschino di Franceschini lo ha accusato di non sapere educare i figli, lei è stata zitta! Lei che conosceva il suo amore di padre. Fortuna però che ci sono i suoi figli. Il loro intervento collettivo è stato straordinario. Ho stima e ammirazione per quella famiglia. Marina è una delle donne più intelligenti che conosca. Lui ha sempre avuto la voglia di mettere al mondo figli. Un istinto primordiale e contadino, un inno alla vita...», si interrompe perché Luciano, che lo ascoltava da lontano un po’ sulle spine, si avvicina e gli infila due dita nel taschino della camicia estraendo tre pillole. È l’ora del Voltaren (antidolorifico). Per inghiottirle, il Maestro è finalmente costretto a tacere. Ora tocca a me e cambio discorso.
Osannato all’estero per i suoi film, in Italia è stato ostracizzato.
«Negli anni Settanta, 93 registi, di cui 89 comunisti, mi hanno cacciato dall’Associazione dei cineasti dandomi del fascista. Erano manovrati da un tale Citto Maselli che si era messo a fare dei film anche lui».
La accusavano di girare fumettoni calligrafici.
«Invidia per i miei successi americani. Ho sempre amato il bello, quello semplice e rigoroso che perfora il cuore e la mente senza sforzo».
La damnatio è finita?
«I vecchi registi mi sono ancora ostili. Se avessero potuto mi avrebbero ucciso e invece mi hanno visto vivere a lungo e tranquillamente».
Il cinema italiano di oggi, i Moretti, Benigni, ecc.?
«Al cinema vado poco per non beccarmi cose come La meglio gioventù. Nulla dell’ultima generazione mi piace. Hanno tutti imboccato una via senza uscita».
Cioè?
«Non mi piace quello che questi giovani hanno dentro. Il finto progressismo che ci fa tutti eguali. Niente problemi razziali, di convivenza, niente di niente, tutto appiattito. L’amore ridotto a episodio non fondamentale mentre è l’essenza della vita».
Gomorra?
«Non parliamone. Direi solo cose negative».
Chi ama dei grandi vecchi, Fellini e compagnia?
«Fellini, anche se con l’amore si è divertito cinicamente. I pugni in tasca di Bellocchio. Mi è piaciuto Metello di Bolognini, ma forse solo perché c’è Firenze».
I gay le rimproverano di avere dichiarato timidamente la sua omosessualità.
«Mai piaciuto mettere in piazza le mie cose segrete. Il movimento gay mi ha sempre fatto schifo. L’omosessuale non è uno che sculetta e si trucca. È la Grecia, è Roma. È una virilità creativa».
Un inno al gaysmo.
«Non vorrei un mondo omosessuale. La donna ha una funzione importante. Ama più di chiunque. Ma la dedizione più forte la trovi nell’uomo. La donna è incostante».
Ha avuto grandi amori femminili?
«Ho scopato un bel po’. Anche perché ero molto bellino. Con molte delle mie attuali amiche ho cominciato facendo porcherie. Ma la maggior parte delle mie amicizie sono state di amore greco con uomini».
I suoi grandi amori?
«Fece scalpore quello con Visconti di cui ero aiuto. Un caso esemplare di maestro che ti insegna a dare il meglio di te. La donna ti dà amore, l’uomo la carica per diventare qualcuno».
Lei è credente?
«Non si può non esserlo. Lo è anche chi non crede di esserlo. Il soprannaturale ha il sopravvento».
L’omosessualità l’ha ostacolata nei suoi rapporti con la Chiesa?
«Il peccato della carne è eguale sia se fatto con un uomo che con una donna».
Che ricordo ha dei suoi sette anni (’94-2001) in Parlamento con Fi?
«Pensavo che un politico potesse fare, invece deve accontentarsi dei privilegi. Spesso deve agire con mezzi che ripugnano alla sua coscienza, per esempio mentire».
Cosa significa per lei essere di destra?
«Non vuole dire stare con i padroni. Il mio credo è: fa il tuo lavoro, sii generoso con chi ha avuto meno fortuna, riconosci ed esalta il merito altrui.
Che pensa di Fini?
«Rappresenta la parte positiva del fascismo. C’era un fascismo di straordinaria qualità nelle arti e nella cultura. Fini mi piace perché non è una camicia nera ma rappresenta il sogno del buon fascismo. È il numero uno che potrà succedere a Silvio».
Di Pietro?
«La vergogna dell’Italia. Un uomo di quart’ordine. Una barzelletta. La gente, io penso, si giudica da come parla. E lui parla come un venditore di montoni della Ciociaria».
Di Berlus... Ma la domanda è interrotta da Luciano che esclama: «Di lui basta, per favore» e giunge le mani. Il Maestro ride e mi accomiata.