Gli zingari di Struppa mantenuti a vita coi soldi dei genovesi

In via Adamoli il Comune paga tutte le loro bollette, ma non indaga sulla proprietà delle auto di lusso parcheggiate nel campo

Al n° 499 di via Adamoli si trova un capannone industriale dove hanno sede aziende di abbigliamento, attrezzature nautiche e meccaniche, al n° 501 segue un altro capannone che racchiude aziende di generi alimentari, arredamento ed edilizia. Tra i due capannoni c'è anche un piazzale, fatiscente, dove nemmeno i cani cercherebbero rifugio (infatti non se ne vede nemmeno l'ombra) e lì si trova il n° 501 /A che corrisponde all'indirizzo di residenza di 15 famiglie rom, composte da 27 adulti e 56 bambini. Inverosimilmente e in barba alle più comuni norme di igiene (soprattutto i container abitazione, banditi dalla convezione di Bruxelles e quindi da tempo fuorilegge), norme che l'Asl si prodiga per fare rispettare a qualunque altro cittadino, 83 persone abitano proprio là. Non stiamo parlando delle favelas brasiliane e nemmeno di un campo profughi afgano, stiamo parlando di Genova, una città dove la caccia all'insediamento abusivo degli zingari e gli sgomberi forzati degli ultimi periodi, che non vede non sente e non parla. Prima, molto prima (1982), queste persone (giunte da Sarajevo) abitavano sul greto del Bisagno, all'altezza dove adesso sorge l'impianto della Sciorba, poi a causa dell'alluvione del 1986 e dopo un breve periodo passato al Massoero comunale, le famiglie, incapaci di convivere con altre culture ma soprattutto seguire le comuni regole comportamentali, decisero di trasferirsi in quello spazio offerto dal Comune, ristretto e angusto, tra i due capannoni. I primi tempi nessuno di loro lavorava e tra elemosine e sotterfugi, è di facile intuizione in quale modo si procurassero il denaro per sopravvivere. Gli abitanti della zona ricordano benissimo che in quel periodo i furti aumentarono notevolmente e lo conferma pure Cinzia G.: «Abitavo in via Trossarelli quando un giorno, al rientro dal lavoro, apro la porta di casa e la trovo a soqquadro, qualcuno mi aveva rubato tutto l'oro e tutti i vestiti, gli stessi che dopo qualche giorno ho visto indossati dalle zingarelle di quella zona».
Ora quelle zingarelle sono donne mature, ma i figli, nipoti e pronipoti si sono moltiplicati. Abbiamo visitato questo campo e parlato con alcuni di loro, persone che adesso lavorano (dicono) e che mandano i figli a scuola. Naturalmente il disordine è quello di una volta, ma qualcosa è cambiato. Una volta c’erano fogne a cielo aperto, baracche marce e bambini sporchissimi che giocavano coi topi. Adesso che lo scenario è cambiato, domandiamo loro cosa è successo. Risponde il capofamiglia dei Cizmic (molto giovane e nove figli alle spalle): «Adesso stiamo meglio, abbiamo l'acqua e la luce, i bagni e le docce. I nostri bambini vanno a scuola e alcuni di noi lavorano: c'è chi fa il carrozziere, chi il muratore, chi consegna i giornali e chi raccoglie il ferro».
Ma avete fatto tutto da soli?
«Nooo…, ha fatto tutto il Comune: ci ha costruito le fogne, ci ha dato la corrente, ci ha portato l'acqua a casa e ultimamente ci da dato anche un numero civico. Pensa, amico - afferma con orgoglio - abbiamo anche l'acqua calda!».
Comprensibile la loro la gioia di non vivere più in mezzo al fango e di avere qualche soldo per mezzo di un onesto lavoro, senza quei sotterfugi che li hanno contraddistinti i primi anni, ma la curiosità di sapere come vanno realmente le cose è tanta.
Bhè, almeno con i soldi che guadagnate potete pagarvi le bollette?
«Non paghiamo proprio nulla, paga tutto il Comune!».
Senta, fuori vedo parcheggiate una Mercedes, un'Audi, una Volvo, una Bmw e una Peugeout 16 valvole: come fate a mantenere queste macchine, alcune nuove alcune meno, ma tutte costose, almeno nell'assicurazione?
«Lavoriamo - risponde Cizmic - e poi l'ho detto prima: l'unica cosa che compriamo è il cibo per noi adulti. Al resto, compresi i libri per la scuola e la farina lattea per i piccoli, ci pensa il Comune!».
Salutiamo e andiamo via sbalorditi. Certamente anche loro sono esseri umani degni di vivere dignitosamente. Ma poi facciamo una breve riflessione e pensiamo che anche noi lavoriamo, anche i nostri parenti e tanti nostri amici: c'è chi fa il carrozziere, chi il muratore, chi l’impiegato, ma nessuno di loro si può permettere la Mercedes!. Decidiamo allora di capire meglio e interpelliamo Claudio Villa, consigliere di circoscrizione della Margherita, che, molto bendisposto e consapevole del problema, così esordisce: «Di questo problema si occupa il responsabile dei “Servizi alla persona”. Io posso però dire che da sempre la Valbisagno si è dimostrata solidale e disposta all'inserimento, coi nostri cittadini, di persone di diversa cultura. La nostra circoscrizione ha sempre creduto nell'integrazione di queste famiglie rom e siamo d'accordo che, perché ciò avvenga, il Comune contribuisca. Ma il problema è un altro: inizialmente il progetto prevedeva aiuti che gli organi competenti (i servizi sociali e l'apposito ufficio nomadi), avrebbero dovuto seguire, passo passo, per raggiungere lo scopo finale di totale integrazione. Col passare del tempo, però, ci siamo resi conto che è cambiato poco, nessuno è in grado di dirci quante di queste persone lavorino per davvero. Se questo periodo di transizione dovesse durare ancora, sarebbe giusto trovare una soluzione (anche drastica) per dare spazio a chi, per davvero, vuole iniziare e terminare seriamente, il nobile progetto di integrazione e solidarietà».
Claudio Villa è stato chiaro, ma la curiosità resta, più di prima; è necessario far conoscere la verità e spiegare alla gente perché nessuno dei rom di via Adamoli paga né tasse né corrente, né libri, né acqua. Anzi, trovano dei lavori talmente remunerativi che permettono loro di mantenere costose macchine e cellulari di ultima generazione.
È Gianpaolo Malatesta, coordinatore della commissione dei servizi alla persona, che spiega i motivi, che inducono (paradossalmente, ma non troppo) a maledire di non essere nati rom: «Penso che fornire ai nomadi di via Adamoli un numero civico sui documenti (invece di «via Adamoli 000») sia un segno di dignità e civiltà; altrimenti sembrerebbe di trattarli come deportati, praticamente schedati. Per ciò che riguarda il fatto che non pagano le bollette, è una scelta che abbiamo dovuto fare per non subire un danno maggiore. Per tre quarti, le persone che abitano il campo di via Adamoli sono bambini che fino a qualche anno fa vivevano in condizioni indescrivibili, il Tribunale dei minori avrebbe voluto darli tutti in affidamento, ma un bimbo affidato ad un istituto costa 2820 euro al mese per cui ha deciso di affidarli ai servizi sociali. Le assistenti sociali seguono i bimbi e constatano periodicamente (due volte all'anno!), che essi frequentino la scuola e che vivano in un posto pulito, fornito di luce e acqua calda, altrimenti per loro l'istituto sarebbe inevitabile».
Quali risultati avete ottenuto?
«Non esistono più bambini denutriti e che girano per le strade a mendicare, tutti vanno a scuola e, almeno loro, da grandi saranno ben inseriti nel contesto della nostra vallata. Purtroppo la legge Bossi-Fini rende tutto molto più lento ma siamo contenti dei risultati».
Resta il fatto delle tasse, delle bollette che i grandi, pur lavorando, non pagano …
«I primi tempi le bollette dell'Enel arrivavano, ma nessuno le pagava. Poi un giorno la società fornitrice ha staccato la corrente e allora, in quelle condizioni, da lì a pochi giorni i bambini sarebbero stati trasferiti negli istituti e come dicevo prima, il Comune ha fatto due conti e ha deciso che sarebbe stato meglio pagare le loro bollette piuttosto che la retta mensile per tutti i bambini».
Anche Gianpaolo Malatesta è stato chiaro ed eloquente; è un dato di fatto che il discorso in termini economici non fa una grinza. Ma la domanda viene spontanea: va bene (si fa per dire…) agli aiuti economici del Comune, va bene costruire fogne e portare loro l'acqua, va bene tutto e il contrario di tutto, ma è possibile che nessuno, in Comune, si senta preso in giro passando per via Adamoli e vedere che all'esterno del campo, tra materassi e immondizia, spiccano auto di lusso? Dove è finito quell'inferno sociale popolato da bisognosi?