C’era Raimondo D’Inzeo a cavallo, c’erano i pugni di Nino Benvenuti e quelli di Marcellus Cassius Clay non ancora Mohammed Ali, c’era Sante Gaiardoni, c’erano i piedi scalzi di Abebe Bikila, c’era la vera esclusiva grande bellezza di Roma e la sua la nostra Olimpiade. Ci fu prima di tutti quel ragazzo con gli occhiali, le bianche scarpe e così i calzini. Correva leggero sulla terra rossa dello stadio Olimpico, affrontò la curva dei duecento metri e una colomba sentendo il rumore di quei passi forti potenti dorati si alzò improvvisamente in volo, era il segnale che Livio Berruti stava andando a vincere la medaglia d’oro, un europeo, un italiano si lasciò alle spalle il resto del mondo, Carney e Abdoulaye e Séye. Livio veniva da Torino, aveva frequentato il liceo classico Cavour in corso Tassoni, scuola di altri campioni e campionesse tra queste Consolata Collino. Berruti amava correre ai tornei studenteschi, finiva sempre prima di tutti il CUS Torino, lo agganciò il segretario si chiamava Angelo Cremascoli personalità eccelsa l’uomo che salvò Primo Nebiolo, poi gigante della federatletica italiana e mondiale, dalla fucilazione nei giorni ultimi della Liberazione. Insieme con loro Livio crebbe e migliorò il suo stile mai esplosivo ma efficace immediato naturale. La vittoria olimpica gli valse un assegno di un milione di lire e le chiavi di una 1100 Fiat, la Fabbrica, Torino, Italia, Agnelli. Laureato in chimica non proprio conseguenza degli studi classici cavourrini lavorò anche per la Fabbrica Italiana Automobili Torino come Gianni Agnelli decodificava l’acronimo della sua ditta. Con Agnelli, Livio aveva in comune soltanto la erre moscia per il resto era un piemontese turineis di rare parole e di mente lucidissima. Gianni Brera lo definì abatino come poi avrebbe fatto con Rivera, atleti eleganti di classe trasparente ma di fisico simile al cristallo per fragilità e temperamento non guerriero. La vita di un velocista ha conosciuto il destino cattivo di rendergli faticosa l’andatura, le sue gambe erano sofferenti, la postura afflitta ma la testa restava quella lungo la curva di Roma e ogni tanto gli domandavano del suo filarino con Wilma Rudolph fenomenale velocista americana, il gossip di allora era docile rispetto alle iene contemporanee. Erano anni di luce ma poi venne Mennea e il barlettano Pietro Paolo mise all’ombra il timido torinese che poi si legò pure lui a Fiat e alla Sisport tifoso della Juventus. Tra i due non ci furono mai simpatie olimpiche tanto distanti geograficamente e caratterialmente ma campioni superbi mondiali veri a fare i conti con la nuova prepotente e potente razza di velocisti di ogni dove, Europa Africa America. Livio Berruti va raccontato ad una generazione che vive soltanto di televisione e Internet. La sua epopea è una traccia unica come la sua corsa, la sua tuta azzurra larga di tre taglie, la scritta grande Italia, l’inno di Mameli e il Foro italico che credeva di sognare. Nessun sogno, il volo della colomba è rimasto nel cielo di Roma, Livio proteso con il corpo verso il filo di lana come a sporgersi sul balcone del mondo. La finestra oggi è chiusa.

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