Asimov e Verne, una lite in tv da fantascienza

Tra battute e sfottò, gli scrittori insieme in un programma per raccontare la fondazione di una colonia sulla Luna

Asimov e Verne, una lite in tv da fantascienza

Lampeggiarono i led rossi delle telecamere. Pochi secondi, e la regia avrebbe dato il via alla diretta. Oltre la parete insonorizzata rumoreggiava la frenesia matematica del conteggio alla rovescia. Il direttore di volo sgranava il rosario della procedura di lancio. «Sistemi, rispondi», «Qui sistemi. Go!», «Telemetria», «Qui telemetria. Go!», «Comunicazioni, pronti?», «Ok, comunicazioni. Go!». Là fuori, sulla rampa di lancio del Kennedy Space Center, nei fasci delle fotoelettriche, scintillava il rapace bianco, lo shuttle Endeavour, aggrappato all’enorme thermos zeppo di gas liquido, e ai due booster stipati d’alluminio e perclorato d’ammonio. Nome in codice della missione: Moon Foundation, «Fondazione Luna». Nelle stive dell’orbiter (ma questa volta, la navetta a propulsori autonomi potenziati avrebbe appoggiato i carrelli sulla corsia polverosa del Mare Tranquillitatis) c’era, ripiegata, un’immane tensostruttura autoesplodente in lamina di titanio, un ombrellone per incapsulare un’area pari a dieci campi di calcio, il germe della prima colonia lunare. Per la Nasa, l’Ente Spaziale americano, poteva essere un ritorno ai fulgori. Il problema erano i media. I viaggi straordinari non facevano audience. E il Congresso lesinava sui fondi. Ora la posta in gioco era pesante - non si trattava più di esplorare, ma di «occupare», stava per spuntare un nuovo Far West, l’epica frontiera - ma dov’erano i carismatici Cronkite, gli anchorman capaci di inchiodare le platee per ore? Oggi, una missione shuttle passava sui Tg della notte, al massimo un flash dopo la cronaca locale e la classifica aggiornata del Super Bowl.

Stagista brillante
Ci voleva un’idea. L’intuizione brillò a una stagista, esperta di psicorobotica e divoratrice di fantascienza, Susan Calvin. La dottoressa Calvin aveva inoltrato, senza troppa speranza, un rapporto agli alti papaveri dell’Ente, con i nomi dei due papabili conduttori, che secondo lei, avrebbero trasformato il commento alla missione in un gioco pirotecnico di battute, citazioni, notizie, ricami fantasiosi con in mezzo, forse, qualche scambio di fioretto. La cosa era piaciuta. Bisognava soprattutto riempire le zone morte (nella diretta di un countdown erano tante, tra pedanti verifiche e grane noiose per il pubblico profano), e i due sembravano i tipi adatti. Eccoli avviarsi alle postazioni. Il primo era anziano, distinto, aria europea, gran barba bianca, bombetta, farfallino e panciotto d’altri tempi. Zoppicava. I postumi di una revolverata alla caviglia, si sarebbe saputo, da parte del nipote Gaston, torbidi di famiglia. L’altro era in giacca di fustagno, senza cravatta, occhiali massicci alla Woody Allen, espressione intellettuale newyorkese in salsa russa. I loro nomi, incisi sulle targhette, furono inquadrati drammaticamente dalla regia, mentre il jingle della Nasa squillava a fanfara: Jules Verne e Isaac Asimov!

Si parte!
L’occasione di guadagnarsi l’onorario arrivò svelta, per i due. «Miscelatori criogenici, rispondi» tuonò il direttore di volo. «Qui miscelatori. Stop!». Un problema agli erogatori d’ossigeno. Ripetere i controlli. Minuti. Forse ore. Senza contare quelle dannate piastrelle dello scudo termico che scivolavano giù, e ogni volta bisognava rabboccare la resina epossidica. «Ciak!» mormorò il regista della diretta televisiva, incrociando le dita. «Come si chiamava quel suo ridicolo cannone, mister Verne?» fu l’affondo, a freddo, di Asimov «quello che, secondo lei, avrebbe sparato sulla luna la granata conica del Gun Club? L’ha scritto in quel suo raccontino, Dalla terra alla luna, se non ricordo male...». «Si chiamava Columbiad, signore» rispose il francese, piantando i pugni sui fianchi, con mossa bellicosa «come tutte le armi a lunga gittata dell’artiglieria americana, dalla guerra di Secessione in poi. Ma, già, lei è di New York, caro Asimov, e la storia, insieme alla geografia, non devono essere il suo forte...». «Abbastanza per ricordarle, caro Jules, che il nome da lei affibbiato a quella ferraglia inverosimile del suo romanzo non porta buono, qui, davanti a uno shuttle in partenza per la luna...». «Allude al Columbia, lo shuttle che la mattina del 1° febbraio 2003 stava rientrando in atmosfera dopo una missione scientifica di 16 giorni? La Nasa perse i contatti radio alle 9 zero zero antimeridiane, fuso est degli Stati Uniti, appena pochi minuti prima dell’atterraggio, programmato alle 9 punto 16, proprio qui dove ci troviamo adesso, sulla pista del Kennedy Space Center... Le basta?». «Lei non si smentisce mai» replicò l’americano «cifre, cifre, cifre... Ne spalma a tonnellate, sulle sue pagine. E le ficca anche nei titoli: Ventimila leghe sotto i mari... Leghe, poi... Chi calcola più le distanze in leghe...». «Saranno credibili i suoi fantocci positronici, allora: come li chiama, robot, mi pare...», controbatté Verne, che cominciava ad agitare sulla sedia la sua non indifferente mole di francese stregato dalla buona cucina e dalla bottiglia. «Lei è convinto che per accalappiare il lettore basti buttar lì un paio di idee bislacche su un futuro che non esiste se non nella sua fantasia malata, caro Asimov. E che per sembrare elegante e originale, sia indispensabile infiorettare la frase con parole pseudoscientifiche, iperatomico, superbase, psicorobotica... Puerile! Ci vuole la matematica, signore, olio di gomito scientifico, il dato positivo, il calcolo, tutto ciò che ti dà la base sicura per costruire il tuo edificio di avventura da togliere il respiro. Sa che cosa dicono di me? “Verne ha portato alle estreme conseguenze ciò che la scienza considera possibile in teoria, ma che nessuno finora è riuscito a mettere in pratica”. Firmato: Émile Zola. Contento?». «Una cosa la devo ammettere, mister Verne» continuò Asimov, assorto, in tono più conciliante «in Dalla terra alla luna ha visto giusto. Ha immaginato che i pionieri dello spazio facessero la gittata in ghisa del Columbiad, il cannone per la luna, proprio qui, in queste paludi della Florida, dove la Nasa avrebbe progettato Cape Canaveral, oggi il Kennedy Space Center. Un caso, probabilmente...». «Come dice?», la punta della lunga barba di Verne, come percorsa da una scarica elettrica, si magnetizzò minacciosa verso il volto del partner «un caso? Lei chiama “caso” le equazioni e le formule trigonometriche? Ho riempito di cifre una decina di taccuini, prima di impaginare la storia, amico mio, e per di più ho chiesto conferma all’osservatorio di Cambridge. E sa quale fu il responso? Il Columbiad doveva essere fuso nel suolo, per centrare la luna al suo passaggio allo zenit. La posizione doveva essere tra gli 0° e i 28° di latitudine nord, in una zona possibilmente spopolata (la Florida è perfetta, per questo) perché la detonazione di 1200 tonnellate di fulmicotone adagiate nella culatta della bocca da fuoco, sotto al proiettile - per San Michele! - avrebbe provocato un uragano di fiamme non inferiore a quello che vedremo sprigionarsi dalle shuttle, esattamente tra...» e qui Verne estrasse dal taschino del panciotto una ticchettante cipolla d’argento, «due ore, sette minuti, dodici secondi...». Asimov si turò le orecchie. Cercava di proteggersi come poteva, dalla grandinata di numeri. Il regista chiese agli assistenti, sottovoce, i dati di ascolto. C’era un picco di share da capogiro. «Sta funzionando...», gingillò il produttore. «E la vuole sapere tutta?», incalzò Verne «la granata cava con all’interno i tre passeggeri (tre, caro Asimov, come nelle missioni Apollo...) doveva involarsi a 12.000 yard al secondo, esattamente come lo shuttle, per vincere l’attrazione gravitazionale, e bruciare in trecentomila secondi la distanza tra la base di lancio e il punto in cui l’attrazione terrestre e quella lunare si equilibrano. Poi ce ne sarebbero voluti altri cinquantamila per cadere sul nostro satellite, la pallida Diana...».

Due mondi diversi
Verne stava offrendo al pubblico, nel suo stile, i dati tecnici essenziali del lancio imminente. Adesso toccava all’altro conduttore, Asimov. Si scontravano, armonizzandosi, due mondi, due mentalità, due fantasie di maestri del racconto che sapevano come incantare il pubblico, lucidando con le parole quell’incredibile gioielleria tecnologica, la macchina più complessa mai costruita dall’uomo, che sfavillava là fuori, in attesa di balzare tra le stelle. Il padre di Robbie guardò dritto nell’obiettivo della telecamera. Voleva annullare ogni distanza con i suoi ascoltatori. Il suo messaggio doveva bucare gli schermi. Dopo il valzer delle cifre, dopo il pieno di scienze esatte, si sentiva una sete d’infinito. E il boccale di Asimov ne traboccava. «Amici» esordì con voce pacata, lasciandosi alle spalle la polemica «vorrei richiamare la vostra attenzione sul titolo del lancio: “Fondazione”. È una parola basilare. Dai tempi dell’antica Mesopotamia, dell’Egitto e della Grecia, gli uomini hanno “fondato” qualcosa. Dio stesso fu il primo fondatore. E fu la Genesi. Ci volle qualcuno per raccontare tutto ciò. Il suo ciclo si chiama Bibbia. Senza la voce del narratore, senza il cervello che specula sui fatti e li tramanda, il mondo è ombra e polvere. Gli storici antichi scrissero delle colonie, dei Fenici, dei Cartaginesi, dei Romani. Così il tempo storico è una raccolta di fondazioni».

Filosofia spaziale
«La fondazione è la chiave di volta della politica. E l’uomo, come scrive Aristotele, il saggio, è un animale politico. Ha bisogno di potere, di impero e di leggi, come dell’aria che respira. Se l’uomo creasse organismi di metallo simili a sé, i robot, per intenderci, non resisterebbe alla tentazione di legiferare anche per loro. Senza legge non esiste ordine. E senza ordine la vita sprofonda. La vita va verso l’ordine. Oggi la terra è troppo piccola. Ha consumato ogni fondazione. Bisogna esplorare i nuovi limiti. Le galassie in orbita intorno a noi sono i territori delle colonie a venire. Questo shuttle è il passo d’inizio. La fiammata dei suoi booster è il primo colpo di piccone dei nuovi costruttori di colonie e di imperi. La macchina ha nelle viscere un palazzo di foglio di titanio, la prima reggia sulla luna, simile ai labirinti di Creta, alle dimore dei faraoni del Nilo, all’acropoli di Micene. Ecco come la vedo io. Ma sarà anche giusto, questo impero nascente? Solo il futuro darà la risposta. Il passato non ci lascia sperare bene. Atlantide edificò un dominio sulle sue colonne d’oricalco. Ma i re diventarono empi, prepotenti, irragionevoli. Il diluvio e lo scoppio dei vulcani eliminarono la loro tecnologia, in una notte sola. L’impero romano, dopo secoli di espansione, implose come un misero castello di carte. C’è alta probabilità che i regni galattici seguiranno, in futuro, la stessa spirale...». La telecamera, ora, inquadrava il vecchio viso di Verne.

Nuove scoperte
Il francese era concentrato, non si lasciava sfuggire una sillaba. Prendeva appunti, con un lapis, su un antiquato quaderno a righe, con la copertina nera. Poi le sue mani, un po’ gonfie per il diabete, si staccarono dal tavolo, e accennarono a un applauso sommesso, sincero. «Se posso intromettermi, signor Asimov» disse, mentre l’altro faceva cenni d’assenso «credo di aver capito che c’è ben poca distanza tra i miei metodi e i suoi. Io cerco il definito, lei l’assoluto. Ma sono le due facce della stessa medaglia. Siamo scrittori, io e lei. Di un genere che mescola fantasia e scienza. La “mia” scienza è quella del mio tempo. Un registro serio, ordinato, di calcoli, elenchi, formule teoriche. Qualcuno ha detto che il mio vero campo è la geografia, sa? È vero, in un certo senso. Ho scritto Il giro del mondo in ottanta giorni per raccontare il globo. E ho perfino compilato - sì, è la parola giusta - una gigantesca Géographie illustrée de la France e de ses colonies a dispense, 10 franchi al numero, per il gusto di mettere nero su bianco tutti i posti della mia patria, anche i più derelitti, i più insignificanti, e per arricchire il mio editore, Pierre-Jules Hetzel. La sua scienza, caro Asimov, assomiglia all’etere, la metafisica sostanza che comincia là dove cessa il solido dell’atmosfera, quell’etere che sembra vuoto, ma in realtà nasconde trilioni di particelle in ogni micron... Mi permetta un paragone. Noi siamo come quello shuttle che tra pochi minuti sgancerà sull’oceano i suoi serbatoi. Io sono il propellente, il primo stadio della..., come la chiamano, adesso, fantascienza? Lei è la navetta. Quando la mia spinta si esaurisce, lei è già in orbita, dodicimila miglia orarie verso la nuova ricerca. Che ne dice, le va, il paragone?». «Ne sono onorato» rispose l’americano, che con lo sguardo, però seguiva anche quella parte dello schermo televisivo in cui la regia inquadrava la rampa di lancio, dove gli ultimi preparativi fervevano «e direi proprio che le somiglianze non finiscono qui. Per me e per lei, raccontare i viaggi straordinari è una passione, una febbre, una malattia. Quanti ne ha inventati, lei, cento, o qualcuno di più? Io ne ho cinquecento, in catalogo, anche se molti sono brevi, delle folgorazioni, racconti da rivista. Poi c’è l’altra questione. I critici. Non se ne può più. Sempre a discutere se siamo scrittori veri. Mi risulta che l’Accademia di Francia si è sempre rifiutata di assegnarle una poltrona». Una ruga più greve serpeggiò sulla fronte di Verne.

Premio Nobel
«Non è degno dell’Accademia chi scrive libri per ragazzini... Quante volte ho sentito il ritornello. Come se il mio capitano Nemo, il mio Michele Strogoff o quel britannico snob, Phileas Fogg, fossero personaggi da figurine dell’album. Anche a lei, però, il Nobel non l’hanno dato. E se c’era una penna da premio, beh, se lo lasci dire, era la sua...». «Riflettevo proprio in questo istante su un fatto curioso» cambiò discorso Asimov «siamo qui a commentare il viaggio più progredito dell’umanità, questa navetta spaziale verso la base luna. Abbiamo dato la stura a racconti di viaggio come nessun altro. Lei nello spazio, con il suo Intorno alla luna che sembra la telecronaca di quello che successe ad Apollo 13, un incontro ravvicinato con la catastrofe e un rientro rocambolesco dopo un giro intorno alla faccia scura del satellite. Io nell’infinito delle galassie e nel millimetrico di vene e arterie umane, nel mio Viaggio allucinante. Di viaggi reali, però, ne abbiamo fatti pochi. Io, la mia Brooklyn l’avrò lasciata dieci volte in tutto. E lei...». Ma a questo punto, il conteggio alla rovescia era a meno dieci secondi. L’intervallo tra una scultura d’acciaio, immobile nella pianura acquitrinosa, e un globo di fiamme e vapori fiondato verso lo zenit. «Amici che siete in ascolto e in visione» era la voce di Verne, adesso, che commentava le immagini «la massa dell’Endeavour è pari a duemila tonnellate. In questo preciso momento - la terra sussultò, i tralicci della torre di lancio sì inclinarono - i propulsori stanno imprimendo alla nave 38,4 meganewton di spinta...». Stile Verne, non c’era che dad Asimov: «È cominciata la Fondazione, amici. Sorgeranno le colonie d’acciaio. Le galassie sono più vicine...». Fu il momento di ascolto maggiore. Cinque miliardi di spettatori. Più di una finale di coppa del mondo. Di calcio, s’intende. La fantasia s’era fusa alla realtà. Mentre i conduttori si stringevano la mano, sulle loro figure scorreva il logo della Nasa. Next stop, «prossima fermata»: Marte!

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