Nella cornice del Palazzo dei Giureconsulti di Milano, Il Giornale e Moneta hanno organizzato l’evento “Made in Italy oltre la tradizione”. L’apertura è del condirettore Osvaldo De Paolini, a cui fa seguito il primo panel “Identità e valore del Made in Italy”, durante il quale la giornalista Valeria Braghieri intervista il filosofo Stefano Zecchi. Il Made in Italy rappresenta un'identità culturale profonda prima ancora di configurarsi come un modello di successo economico. Questo marchio globale nasce storicamente dall'unione indissolubile tra il senso della bellezza, l'ingegno artigianale e una costante spinta verso l'innovazione. Si tratta di un patrimonio di saperi e tradizioni che continua a posizionare l'Italia in un ruolo di primo piano nel panorama internazionale. Ancora oggi, questa eredità non è un semplice ricordo del passato, ma una forza viva che stimola lo sviluppo delle imprese, valorizza le specificità dei singoli territori e orienta il percorso delle nuove generazioni verso l'eccellenza.
“L’Italia che supera il Giappone negli export mondiali è una notizia enorme: smentisce le notizie di un Paese in declino ma i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia è al quarto posto nel mondo nell’export mondiale: dietro Cina, Stati Uniti e Germania. In 10 anni dal settimo è arrivata al 4 posto in numeri assoluti”, ha esordito il condirettore. “Nei confronti degli Usa abbiamo un equilibrio strapositivo, l’America è nostra tributaria dal punto di vista del prodotto. E non è casuale, è avvenuto coi dazi di Trump: pur non avendo un sistema perfetto, è un sistema che funziona. Penso che il Made in Italy non sia valutato per quello che è oggi, siamo abituati a pensare a quello che era negli anni Settanta: moda, bellezza, Rinascimento. Ma ora sono qualcosa di più complesso, accanto a tutto quello che è noto c’è il farmaceutico: siamo tra i più importanti esportatori”, ha aggiunto. “Il Made in Italy non è più sinonimo di bellezza ma di innovazione e di credibilità”, ha concluso.
“L’artigianato nasce da una visione, la visione da una sensibilità personale. Il tema della bellezza viene visto come qualcosa di passatista: nel Novecento era visto come qualcosa di moderno, la modernità è contro la bellezza. Accade che, invece, soprattutto in Italia la realtà legata alla creazione della bellezza non è mai qualcosa di conservatore ma di innovazione. La bellezza è nella cultura del rispetto, oggi fare bellezza è estremamente difficile perché richiede connessione con la tua storia e la capacità di guardare avanti. E noi italiani siamo stati straordinari in questo”, ha detto Zecchi. “La bellezza ha sempre avuto la forza di comunicazione di bellezza: il Made in Italy è un umanesimo economico. È una realtà che non si ferma alla funzionalità. Quando rinunci a fare bellezza, perdi il senso della tua storia, questa è un’idea che coniuga la bellezza come concetto metafisico”, ha proseguito. “Nel piacere le porcherie uno diventa un traditore della bellezza. Chi ha studiato queste cose le sa comunicare nella strategia di realizzazione economica del progetto”, ha aggiunto il professore.
“Le regole devono essere sempre infrante, la storia procede attraverso continue infrazioni. Il dibattito storico in tal senso è importantissimo: c’è un’idea di conservatorismo che avanza senza sradicare la storia della tradizione ed è quello che è accaduto con la grande rivoluzione inglese alla fine del ‘600 o con la rivoluzione francese”, ha detto ancora Zecchi, “non esiste un conservatorismo reazionario". Se dovesse scegliere un unico prodotto italiano “è quello che riesce a legare passato e presente, legare la cultura umanistica a quella scientifica. Il marchio che potrei prendere è Ferrari: è stato il genio che ha capito come la piccola cosa di officina diventa un oggetto mondiale. Gli italiani, nonostante Antonelli, fanno il tifo per Ferrari”. E c’è una differenza tra eccellenza e lusso, perché “il lusso richiede ricchezza, l’eccellenza riguarda la capacità manuale di creare cose di grande significato. Il lusso è l’assoluta forma della bellezza che raggiunge un livello di eccellenza che richiede una tensione economica”. Nella cultura italiana, “il food sta diventando una realtà internazionale con fortissime radici nella storia contadina ed è un salto di qualità importantissimo. Nel Made in Italy abbiamo visto spesso un aspetto legato a una economicità urbana, ora riporta a una dimensione contadina e non è un caso che riusciamo a declinare bene sul piano della comunicazione. Siamo nell’anima portati a uscire dalla nostra realtà familisitica di chiusura e aprirci al mondo: il food è questo, il legame con la nostra terra”. In Italia, però, “non vedo chi sta rompendo le regole. Vedo che è sempre più difficile realizzare dal punto di vista individuale un progetto creativo: la globalizzazione ti sfida a creare progetti collettivi, è difficile la figura dell’individuo che rompe le regole, può farlo ma non vedo chi possa. Però il Made in Italy, che è quello che porta avanti innovazione e creatività, oggi o ha una visione collettiva o temo che si areni in un individualismo che porta a una collettivizzazione di un’idea”.
Il Made in Italy è un fenomeno culturale, “perché uno straniero che ha studiato la storia non trova difficile capire perché ci entra nel sangue. Chi siamo ce lo dice la nostra arte e letteratura. Se uno straniero me lo chiedesse gli direi di andare a guardare un museo importante, perché da lì si arriva all’innovazione”. Gli italiano hanno dimestichezza con la bellezza, “la Ferrari spiega perché siamo più bravi di altri: c’è questa capacità di legare il mondo artigiani, che è originalità, alla creatività che porta alla dimensione internazionale.
Non so se ci saranno ancora queste individualità così capaci. In quel mondo della tecnologia, noi abbiamo avuto una grande storia anche di tecnologia, infatti il Cavallino rampante viene dato dalla moglie del pilota Baracca, colpito nella Prima Guerra mondiale”.