Il terrore della retorica "mirata", soprattutto in questi tempi di informazione tritata dagli estremismi bellici, ci spinge a respingere di primo acchito tutto quanto olezza di autocelebrazione. Siamo talmente assuefatti ai discorsi introduttivi autocelebrativi che dobbiamo fare uno sforzo per renderci conto che qualche volta sono veri. È il caso del Festival di Verbier, giunto alla sua 33esima edizione: un unicum che attira investimenti privati e pubblici da tutto il mondo, perché va oltre la parata di super-stelle del pianoforte, del violino, del canto e del podio.
Le Argerich e i Kissin ci sono, ma sono inseriti in un sistema di masterclass e concerti rivolti a centinaia di giovani selezionati fra migliaia di domande che vanno a comporre le tre orchestre di livello formidabile del Festival. Sono giovani che vivono e dialogano nella comune lingua musicale, cosa che in questi tempi di divisioni, di violenza, è una lezione che incanta e insegna.
Nel concerto inaugurale diretto dalla bacchetta finnica di Esa-Pekka Salonen (nella foto), tra la sublime catastrofe finale del Crepuscolo degli Dei e il mammut filosofico-orientale di Olivier Messiaen (la sinfonia Turangalila), la cosa più straordinaria sono sempre loro, i giovani e bravissimi archi, legni, ottoni, con la freschezza del loro impegno. Come ha detto una flautista: a Verbier "c'è una pressione rilassata che ti spinge al massimo, perché sai che ognuno nell'orchestra sta facendo lo stesso".
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