Aveva quattro anni Mattia Maestri quando ha mangiato quel pezzo di formaggio crudo che lo ha avvelenato. Viveva in un paese del Trentino, Coredo, coi suoi genitori. Si è sentito male subito dopo aver mangiato. Una infezione di escherichia coli. Micidiale, irreversibile.
È entrato in coma immediatamente. Poi la paralisi, la cecitá, l’epilessia. È iniziata una lunga agonia, vissuta sempre coi genitori accanto. Mamma e papá. Nove anni di incubo. È morto la settimana scorsa, stamani lo hanno sepolto. Il papá di Mattia, Giovanni Battista, non riesce a nascondere la sua disperazione e rilascia le prima parole esclusive al Giornale. “Il mio bambino prendeva 47 farmaci al giorno. Un disastro. Respirava e apriva gli occhi. Nient’altro”. Chiedo al signor Maestri se trova un senso in questa tragedia. “Il senso l’ho trovato - mi risponde - salvare altri bambini. Io non mi fermerò davanti a nulla e sono pronto ad andare in carcere se non portano a casa la legge che impone di etichettare i formaggi. Questi formaggi sono pericolosi per i bambini. Non so come sopravviveremo a questa tragedia.
Chi non vuole la legge dovrebbe vedere i suoi figli in crisi di astinenza da morfina, e con le piaghe da decubito sulla testolina.
Nessuno del caseificio mi ha chiesto scusa o mi ha chiesto come stesse il mio bambino.
Per un pezzo di formaggio con latte non pastorizzato è stato ammazzato Mattia”.
Chiedo come veda il suo futuro. Mi risponde: “Due promesse mi ero fatto: una è che lo avrei salvato, e non ci sono riuscito.
La seconda che salverò altri bambini. A qualunque costo”.
Chiedo della mamma. “La mamma è forte è stata un angelo.”
