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Musica

Piaceva molto anche a chi non era di sinistra

Correva il 1987 e anche i montanelliani di ferro si fecero incantare dal socialista

anni '90 Francesco Guccini (Modena, 14 giugno 1940) è un cantautore, compositore, scrittore e attore italiano Nella foto: Francesco Guccini

È stato un «amico del mare» a convincermi. Di lui non ricordo più il nome, forse qualcosa di biblico tipo Davide o Samuele, ma ricordo nitidamente che abitava nel modenese. A Vignola, roccaforte planetaria delle ciliegie. Io, sedicenne liberale montanelliano duro e puro, intransigente e fierissimo di esserlo, non ne volevo sapere di un cantautore socialista, barbuto e con l’erre moscia, e meno ancora di lasciarmi somministrare versi e strofe sulla giustizia proletaria. Correva l’anno 1987, l’anno glorioso di Signora Bovary, e da lì a pochissimo la rima «telecomandi per i quotidiani inferni/battute argute di architetti postmoderni» mi avrebbe ridotto il cuore in poltiglia. Avrebbe terremotato le placide metriche ginnasiali di cui pigramente mi nutrivo. Un colpo di fulmine, sì, però di quelli che poi durano tutta la vita.Grazie, «amico del mare» di cui non ricordo più il nome. Pietro? Paolo? Mauro?

Grazie per avermi fatto incontrare il Guccio fra la via Emilia e il West, fra i portici di Bologna e la _stazion ‘d Modna, assieme alla sua epica tascabile (l’epica di provincia non occupa spazi superflui) e alla sua devota gang di “musici” (Biondini, Tavolazzi, Tempera, Marangolo, Bandini: l’unica formazione che sono capace di snocciolare senza fatica, dopo l’Italia dell’Ottantadue). E, ovviamente, grazie Guccio. Grazie per avermi raschiato via un bel po’ di irremovibilità, impresa complicata pure oggi che i sedici anni sono evaporati da un pezzo (montanelliano una volta, si sa, montanelliano sempre), e grazie per avermi raccontato le tue «storie di sbornie e di amori che non capivano Orazio».

Noi due ci saremmo azzuffati per tante cose, probabilmente giocando a scopa da ubriachi, ma sono cose che non contano davvero nulla. Specie adesso che sei partito dal tuo Appennino, sicuramente a piedi, portandoti dietro «il bagaglio, quello consueto di un semplice o un saggio, cioè poco o niente». Quanto ti ho ascoltato, carissimo ragazzone emiliano, e quanto ti ascolterò!

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