Guardate bene Tyrone Curtis Bogues mentre attraversa con sicurezza il parquet. Non è un esercizio di curiosità antropologica: assomiglia, maggiormente, ad un atto di rivoluzione silenziosa. L’anno è il 1987. Il posto, Washington. La gente sugli spalti non ci crede: come fa quello lì a giocare? Eppure Muggsy - tutti lo chiamano così, dall'infanzia nei vicoli di Baltimore - entra in campo ogni sera con 160 centimetri di corpo e una montagna di certezze che nessuno gli ha regalato. Le ha costruite mattone su mattone, rimbalzo su rimbalzo, dentro un quartiere dove crescere significa già sopravvivere. In quel momento è, e continua tutt’oggi ad esserlo, il giocatore più basso di sempre nella storia dell’Nba. Lui però pare fregarsene altamente.
La Nba, si diceva, è un posto popolato da giganti. Letteralmente. Il giocatore medio sfiora i due metri, le ali dominanti superano i due e dieci, i lunghi sono creature di un altro pianeta. Eppure Bogues se ne sta lì, in mezzo a tutti loro, e non sembra un ospite inatteso: si aggira, piuttosto, come il padrone di casa. Svelto di gambe, agile con il pallone tra le mani, troppo rapido per essere arpionato da bestioni di 220 centimetri.
Muggsy viene su a Baltimora, nel quartiere Lafayette Courts, un posto dove i proiettili fischiano più spesso dei palloni. Un suo amico d'infanzia finisce in sedia a rotelle a otto anni, colpito da un cecchino per sbaglio. Lui non dimentica. Non può permetterselo. Quella carrozzina diventa la misura di tutto: della fortuna, della responsabilità, della velocità necessaria a scappare da certi destini. Perché Bogues è veloce. Maledettamente veloce. Veloce come solo chi ha imparato a sopravvivere può esserlo.
Washington Bullets - appunto - nel 1987, poi Charlotte Hornets - il posto che può chiamare casa per la bellezza di quasi dieci anni - Golden State Warriors, Toronto Raptors. Quattordici stagioni. Quasi 900 gare e una media di quasi 8 assist a partita nei suoi anni migliori. Quello che i numeri non riescono a raccontare è la faccia degli avversari quando lo vedono scendere in campo la prima volta. Lo stupore. Il sorriso compiaciuto di chi crede che contro di lui sarà come una passeggiata al parco. Poi, qualche minuto dopo, la frustrazione — perché Muggsy ha già rubato la palla due volte e ha messo in fila tre assist di pregevolissima fattura.
Il segreto sta nel baricentro basso e in quella visione periferica che lo porta a leggere il campo come una scacchiera aperta, mentre i più alti vedono solo i pezzi di parquet parati davanti al naso. Il segreto è anche nell'umiltà di chi sa che non può permettersi errori, che ogni partita è anche un esame, al cospetto di chi non ha mai creduto che un uomo così piccolo potesse stare in un campionato così grande. E Bogues risponde. Con puntualità. Con eleganza e tutti voti altissimi.
Si diceva dei numeri. In carriera Bogues mette a referto 6.726 assist, ma è la voce sui recuperi a raccontare meglio di ogni altra cosa che giocatore sia: 1.369 palle rubate in carriera, frutto di un'intelligenza difensiva che ha pochissimi paragoni nella storia della lega. Per sei stagioni consecutive finisce nella top seven degli assist dell'intera Nba, e per tre di quelle stagioni è anche tra i migliori dieci difensori per recuperi. Il 14 gennaio 1992, contro i Boston Celtics, firma una delle sue serate più luminose: 15 punti, 12 assist e 5 palle rubate in 35 minuti. Non una partita da campione, direbbero i cinici. Peccato che i Celtics, quella sera, la perdano. E che i cinque palloni strappati dalle mani avversarie siano quasi tutti su giocatori che lo sovrastano di 30 centimetri. Come sottrarre l'orologio da polso a qualcuno senza che se ne accorga.
C’è però una scena che vale più di qualsiasi statistica. Stagione 1992-93, Charlotte. Bogues si trova faccia a faccia — o meglio, faccia al petto — con Patrick Ewing, 213 centimetri di muscoli e prepotenza atletica. Bogues gli stoppa il tiro. Niente fallo o botta di fortuna: pura lettura del gioco e coraggio cieco. Il Garden ammutolisce. Certi silenzi esondano in ovazioni.
Muggsy Bogues continua a giocare fino al 2001, quando chiude ai Toronto Raptors. La sua è una storia che travalica lo sport, diventando democrazia cestistica. Ogni minuto che gioca in Nba è un argomento contro il determinismo del corpo, contro l’idea limitante che la misura dell'uomo stia tutta nei centimetri. La sua statura sta nel suo coraggio. Quello che ha dovuto trovare in fretta, sui campi polverosi di Baltimora, e che da allora non lo ha mai rimesso giù.