Benvenuti a Book Town dove regnano i volumi

Hay-on-Wye è stata la prima cittadina dei libri nel mondo. Oggi sono una ventina, una pure in Italia

Benvenuti a Book Town dove regnano i volumi

Può succedere solo in Inghilterra. O al massimo in un libro. O forse, appunto in un libro inglese. È da qui che sembra uscire la storia di Hay-on-Wye, un borgo dipinto fra verdi colline e un fiume sinuoso, che scorre sempre uguale, in un tempo imprecisato dal XIII secolo, quando fu costruito il castello, fino ai giorni d'oggi, in cui si può andare sul sicuro. E scommettere: a casa dei 1800 abitanti di questo scampolo di Galles una cosa la si trova sempre. È lo scaffale della libreria.

I primi tomi, anche manoscritti, devono averli già portati qui gli orgogliosi gallesi del V secolo, i cantori dei Mabinogion, cronache arcaiche, a mezza via fra mito e Alto Medioevo, oggi materia per qualche famelico paleografo. Nemmeno loro, però, avrebbero saputo prevedere che questo paesino, dal nome che suona già come un cordiale richiamo, sarebbe passato alla storia. Diventando una meta perfetta, quando la pandemia avrà mollato la sua stretta, per una vacanza tutta libri e sofà. Un paese da sfogliare e da leggere, dove non fare nulla se non viaggiare con la fantasia, pagina dopo pagina.

A mezza via fra Cardiff e Birmingham e tre ore da Londra, è nata, ormai più di mezzo secolo fa, la prima book town del mondo, una mecca per veri bibliofili. «Fra le 40 librerie e le 1800 anime di Hay-on-Wye, le statistiche bucano ogni media: qui i libri sono ovunque, perfino sui muri che incorniciano il centro», spiegano dalla Town hall. Dentro case a graticcio, in pietra scura, stile georgiano. Fuori, appoggiati alle mura, scaffali esposti anche alle tipiche intemperie britanniche e alle intemperanze di un book crossing anzi tempo. Nessuno sgarra: individuato il volume d'elezione, si mette una sterlina, o anche meno, nella cassetta di ferro per i pagamenti. Perché, come diceva Shiyali Ramamrita Ranganathan, padre indiano della biblioteconomia, figlio rigoroso del Commonwealth, «ogni libro ha il suo lettore e ogni lettore ha il suo libro» e qui tutti pagano per una ricchezza che ha fatto salire alla ribalta questo paese. «Se togli gli struggenti paesaggi nel national park del Brecons Beacon o l'evocativa brughiera del Gospel pass, che cosa ti resta a queste latitudini?», chiosano ancora da Oltremanica. Gli eroi eponimi qui non ci sono più: svanita l'epopea del carbone con gli sfortunati minatori bistrattati spesso dalla sorte ed eternati nella loro «gloriosa sconfitta» da Margareth Thatcher. Svanita anche quella principessa triste che nel suo destino si è portata via il titolo del Galles. Resta il rugby, certamente, con una delle squadre più forti di ogni tempo.

Ma Hay-on-Wye ha da tempo virato su ben altra mischia: è quella dei libri di seconda mano. E l'idea è venuta negli anni Sessanta a un eclettico ex ragazzo che proprio di noia era cresciuto nei dintorni. Richard Booth ha bruciato le tappe: nel 1962 apre la prima libreria di «second hand book» nell'ex caserma dei vigili del fuoco. Dopo meno di tre lustri di apprendistato, nel 1977, sceglie il 1° aprile per autoproclamarsi, indossando corona e mantello di ermellino, re di questo regno di carta e «in folio». King Richard, «cuor di libro» come si faceva chiamare, nomina premier il suo cavallo e anche questa è una storia di seconda mano. Senza scomodare l'imperatore Caligola, lui è a ovest che guarda: si chiamano reminders. Sono le rimanenze di tante vetrine dell'Uptown newyorchese o della profonda America, ma anche i fondi di doppioni o lasciti a università e istituzioni che finirebbero archiviati, delocalizzati in depositi inaccessibili. Suo braccio destro per un certo periodo è anche lo scrittore Paul Collins che su questo borgo non poteva che scrivere un libro, Al paese dei libri. Minimo comune denominatore: che i volumi siano scritti nella lingua di Albione; poi, più sono fuori catalogo, rari e introvabili, meglio è. Lui rastrella tutto e divide per ordine: è così che il suo negozio arriva a occupare tre piani. Nel 2007 vende all'americana Elizabeth Haycox: legge salica o nepotismo, è lei la nuova «regina» di book town. Sa poco di libri, ma impara subito e apre una sala proiezioni e un centro yoga all'interno del negozio che però, conserva la leggendaria insegna del negozio. Lui, che mai ha abdicato, si è concentrato su un piccolo negozio di merchandising. Intanto, però, la competizione aveva ormai attecchito e dato i suoi frutti. Titoli per bimbi? Ci pensa Rose's book. Noir e gialli finiscono sugli scaffali del corner shop aperto, fra Lion e Book street dall'editore Murder & Mayhem, mentre Arden si specializza in volumi sulla natura e l'outdoor e sta ovviamente in Forest road. I mitici Penguin? Li trovi da Addman che vende e acquista perché tutto resti in equilibrio fra le righe del business. The Poetry book shop, va da sé, preferisce le rime. Booth è morto nel 2019, a 80 anni, avendo sempre sostenuto che «un libro nuovo è per il proprio ego e per la copertina, quello usato è per l'intelletto».

Al mondo oggi sono circa una ventina le book towns da lui inspirate: in Italia c'è Montereggio, in Lunigiana, ma lassù nel Galles dal 1988, l'indotto ha portato anche alla creazione di un festival di letteratura: lo chiamano la Woodstock dei libri, anzi lo definì così un certo Bill Clinton, planato qui, come guest star, nel 2002. Quest'anno in maggio era atteso, fra gli altri, Van Morrison, l'aedo irlandese dalla voce più roca. L'appuntamento è solo rimandato.

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