Partiamo da un presupposto fondamentale: le società di calcio sono composte da uomini, e gli uomini vanno e vengono. Il club però no. Quello rimane, sopravvive alla naturale caducità di calciatori, dirigenti, magazzinieri e tifosi. Si imprime nel cuore della gente ad un livello quasi metafisico, superiore alle bagattelle terrene.
Ecco, muovendoci da qui potremmo forse provare a commentare il lungo strappo tra Giancarlo Antognoni e la Fiorentina. Una vicenda annosa e stancante, che l’ha persino convinto a disertare il recentissimo centenario viola. “Più di tutti meritavo di esserci”, ha detto l’Unico 10. Sì, Giancarlo: non solo meritavi. Dovevi esserci. E non esserci stato è stata una tua - legittima - scelta. Che oggi suona moltissimo come un autogol. Perché l’amore per la maglia va oltre le persone, appunto.
Le uscite di Antognoni dopo la festa hanno lacerato una volta di più il rapporto con il club, ma non solo. Adesso anche una larga parte di tifo - è sufficiente scorrere le migliaia di commenti sui social, a questo proposito - è rimasta costernata. Si è sentita tradita dal suo idolo. E si dichiara sinceramente sfibrata da questa lunga querelle.
Che parte da lontano: cinque anni, per la precisione, quando Antognoni era direttore tecnico e lavorava fianco a fianco con l’allora dg Joe Barone e il ds Daniele Pradè. Un rapporto logorato giorno dopo giorno, fino alla proposta - vissuta come un affronto - di un incarico nel settore giovanile. “Quella proposta fu come mettermi alla porta”, ha raccontato l’ex capitano, spiegando che da quel momento la sua assenza al centenario era già scritta, ben prima che qualcuno gliela rinfacciasse come una ripicca dell’ultima ora.
Fin qui, una ferita relativamente comprensibile, persino legittima nel suo orgoglio ferito, se ci fermiamo al momento storico. Il centenario, però, avrebbe dovuto cambiare le cose.
Un altro enorme problema arriva subito dopo, quando il dieci prova a difendere la propria fedeltà tirando in ballo tre nomi che a Firenze pesano quanto il suo: Gabriel Batistuta, Roberto Baggio, Rui Costa. “Al contrario di loro, io non ho mai tradito la Fiorentina, mai avrei voluto lasciarla”, ha detto, come se il proprio strappo con la società attuale autorizzasse un processo sommario a chi, semplicemente, un giorno ha lasciato la maglia viola per continuare altrove la propria carriera.
È qui che il racconto si incrina, ed è qui che la piazza comincia a voltargli le spalle. Perché i tifosi fiorentini sanno bene come andarono le cose. Baggio fu venduto dai Pontello per accontentare la Juventus, senza che lui potesse dire una parola. Batistuta restò nove stagioni, il massimo che un centravanti possa dare a una causa, prima di inseguire altrove uno scudetto che a Firenze non arrivava mai, e quello scudetto, alla fine, lo ha vinto con le lacrime agli occhi. Rui Costa ha ripetuto per anni di aver vissuto a Firenze i sette anni più belli della sua vita, e fu ceduto in un disperato tentativo di salvare i conti del club. Nessuno di loro ha scelto di andarsene per convenienza personale. Antognoni, che quella storia l’ha vissuta da protagonista e da dirigente, lo sa meglio di chiunque altro. Un dribbling fallito nel momento peggiore, proprio da chi di dribbling, in campo, non ne sbagliava mai.
Sullo sfondo resta la domanda più semplice, quella che affligge i tifosi: perché consumare pubblicamente, davanti a tutta Firenze, un conto privato con una proprietà - quella di Rocco Commisso, ora rappresentata dal figlio Joseph - che pure ha scelto di ritirare la maglia numero 10 in suo onore e di tendere la mano per un chiarimento? Antognoni ha risposto con diffidenza a quell’apertura: “Perché solo adesso, dopo cinque anni di silenzio?”. Una domanda legittima, ma posta nel modo sbagliato, nel momento sbagliato, sacrificando sull’altare del proprio rancore personale il rispetto dovuto a compagni di un’epoca irripetibile.
Il calcio, quello vero, quello che Antognoni ha rappresentato per una generazione di viola, insegna una cosa semplice quanto dimenticata: la maglia viene prima di chi la indossa, prima dei dirigenti che passano, prima delle società che cambiano proprietà, prima persino delle ferite personali di chi quella maglia l’ha onorata per una vita. È un sentimento che dovrebbe restare più grande di ogni torto subito, più grande di ogni rivalsa. Firenze ama ancora il suo Unico 10. Ma da lui, proprio da lui, si aspettava l’ultimo gesto di eleganza: il silenzio, o quantomeno la misura. Gliel’ha negato, e la piazza viola - per la prima volta - sembra essersi accorta che anche i miti, quando parlano troppo, possono scivolare.
