CHE RIDERE LA SINISTRA ANTI DITTATORI

Esiste, per gli italiani e per il governo italiano, un problema Gheddafi. Giusto affrontarlo, senza reticenze, nelle sedi politiche e nelle sedi giornalistiche. Purtroppo la polemica ha subito preso una brutta piega. In ossequio a una strategia - si fa per dire - tutta fondata sull’attacco a Berlusconi, l’opposizione gli rimprovera la grave colpa d’intrattenere relazioni cordiali con il colonnello libico.
Con un disinvolto «salto della quaglia» - per usare il linguaggio togliattiano - la sinistra italiana diventa paladina della più intransigente moralità internazionale: ossia d’una politica estera e d’una diplomazia che, trascurando esigenze di buon vicinato e rapporti economici di grande rilievo, siano improntate al rifiuto d’ogni contatto con gli «uomini forti».
Possiamo capire queste impennate puriste se vengono dai radicali, che in proposito hanno una tradizione nobile, e che sempre hanno anteposto l’ideale astratto - diciamo pure l’utopia - al doveroso pragmatismo di chi voglia reggere saggiamente le sorti d’un Paese. Ma quando la lezione sulle frequentazioni lecite e su quelle illecite arriva dai pulpiti della sinistra, diventa difficile trattenere l’ilarità, o l’indignazione.
Se la sono presa, da quelle parti, con i pochi dittatori di destra - Franco, Salazar, i colonnelli greci, Pinochet - ma con la numerosissima schiera delle dittature colorate di marxismo è stato ed è tutto un idillio. Da Stalin al tuttora vivente benché poco operante Fidel Castro, non c’è stato leader «rosso» che non sia stato gratificato di elogi sperticati. Un feroce despota come l’etiope Menghistu ebbe apprezzamenti. Durante gli anni in cui la Libia figurava - in prima fila - tra gli «Stati canaglia», la sinistra non si stancava di rievocare atrocità vere e presunte del colonialismo italiano. Fu perfino coniata - per legittimare questi servilismi - la distinzione tra democrazia formale e democrazia sostanziale. La prima vivacchiante in Occidente, la seconda fiorente a Est o nei Paesi africani di nuova indipendenza. Poi s’è visto chi avesse ragione. Adesso nel parterre ideologico che ammirò Ceausescu e Honecker si grida allo scandalo per Gheddafi. «Ma mi faccia il piacere» diceva Totò.
Ci sono molte buone ragioni per non tenere in nessun conto l’ipocrisia di questi sacerdoti della democrazia da nessuno consacrati. E ce ne sono moltissime a conforto della tesi di Berlusconi e dei suoi ministri: secondo cui i gesti d’amicizia verso il raís danno e daranno frutti copiosi in termini di lotta all’immigrazione, di cooperazione economica, di forniture energetiche. L’assicurarci petrolio e gas per i prossimi decenni può ben meritare, si osserva, l’invio delle Frecce Tricolori - molto richieste all’estero - per una esibizione davanti al Colonnello.
Tutto vero. Anche se Gheddafi, diciamolo con franchezza, non fa del suo meglio per agevolare il compito di chi lo ha in simpatia. Non lo fa nel frivolo, eccedendo in smargiassate teatrali; non lo fa nel molto serio, riservando accoglienze trionfali all’attentatore di Lockerbie che gli scozzesi hanno liberato. Berlusconi ha deciso, diversamente dal principe Andrea d’Inghilterra, che il programma già fissato - visita sua a Tripoli e Frecce Tricolori - debba essere onorato. La decisione gli spettava, e l’ha presa secondo coscienza. Ha chiuso, speriamo per sempre, un contenzioso che si trascinava da oltre mezzo secolo, e che i governi di sinistra non sono mai stati capaci di risolvere (e mai hanno pensato di rompere le relazioni con Gheddafi al tempo delle sue minacce antioccidentali, si accorgono di quanto sia infido solo dopo che si è convertito). Gheddafi non è né un campione di democrazia né un campione di simpatia, ma nessuno avrebbe ringraziato Berlusconi se, facendo oggi la faccia feroce, avesse domani lasciato gli italiani senza risorse energetiche. Posso a questo punto esprimere la mia perplessità per l’affermazione di Renato Farina secondo il quale, avendo l’Italia la democrazia ma anche l’aborto, avendo la Libia la dittatura ma non l’aborto, è pari e patta?

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