La Cina e le grandi banche Usa gelano le Borse internazionali

La Cina fa saltare il «registratore di cassa» delle Borse mondiali, già in apprensione per la stagione delle grandi trimestrali americane finora apparse in larga parte zoppicanti. Ieri sono state Morgan Stanley, Wells Fargo, Bank of America e Bank of New York a svelare insieme a bilanci spesso sotto alle attese degli analisti, lo specchio della situazione in cui versa la prima economia al mondo.
Ad aumentare i timori degli investitori è stata comunque Pechino. Il Paese asiatico, considerato uno dei traini della ripresa internazionale, intende costringere le proprie banche a bloccare il credito alle imprese. Con questa misura la Cina intende arginare il pericolo dell’inflazione e, allo stesso scopo, sta pensando di mettere mano ai tassi di interesse entro pochi mesi: secondo le attese, il costo della vita a dicembre è aumentato dell’1,5% tendenziale che potrebbe salire al 3% a fine anno. Dopo una mattinata sostanzialmente ingessata, scattato l’allarme a Wall Street, Milano ha così ceduto il 2,45%, seguita da Francoforte (-2,1%), Parigi (-2%) e Londra (-1,7%). A guidare i ribassi è stato il settore del credito, appesantito dai big bancari statunitensi. A partire da Jp Morgan, che pur in utile per 413 milioni di dollari nell’ultimo trimestre, ha deluso gli analisti per i costi legati al peso del debito, malgrado i ricavi si siano attestati a 6,8 miliardi e sia migliorato l’andamento dell’investment banking. Il gruppo ha destinato il 62% dei ricavi ai compensi dei dipendenti per un totale di 14,4 miliardi di dollari, il massimo dal 1997. Sul dato impatta l’allargamento del perimetro conseguente all’acquisizione dell’ex Smith Barney, ma lambisce il tema dei superbonus con cui si sono per anni gratificati i top banker. Uno dei nervi scoperti di Manhattan dopo la crisi.
Toni cupi anche nel quartier generale di Bank of America, tradita da un rosso trimestrale da 5,2 miliardi di dollari a causa delle perdite legate ai prestiti e al rimborso a Washington di 4 miliardi di aiuti ricevuti nell’ambito del Tarp. Sull’intero 2009 l’utile netto è stato di 6,3 miliardi, ma Bofa ha ammesso che le condizioni economiche resteranno «fragili». Più fiduciosa, invece, Wells Fargo che è tornata in attivo (2,82 miliardi), pur avendo rimborsato 25 miliardi di dollari allo Stato, anche se le perdite sui crediti sono in salita da 3 a 5,9 miliardi.
Numeri a parte, a dominare il mercato è stata la paura per una futura generalizzata stretta del credito. Visto che anche per Barack Obama potrebbe essere più difficile mantenere la linea attuale dopo che l’esito delle urne in Massachusetts ha aumentato il peso dei conservatori in Senato. Intanto, secondo il Wall Street Journal, il Tesoro avrebbe persuaso i big del credito a pagare un po’ di più i warrant emessi dal governo per salvarle dalla crisi, con possibili vantaggi per i contribuenti d’Oltreoceano.
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