Il parco Blu di Arese, alle otto di sera, è ancora pieno di luce. Poi arrivano loro, cinque ragazzini, e la luce non conta più niente.
È il 5 agosto, mercoledì. Due 19enni italiani stanno passando una serata come tante, in un angolo di verde tra le villette dell’hinterland milanese. Non hanno fatto niente. È questo, forse, il dettaglio che pesa di più: non hanno fatto niente.
Il branco li circonda con un machete. Non chiede, ordina. Uno dei due viene incappucciato con un sacchetto di plastica, portato via a forza. All’altro tocca il compito peggiore: trovare della droga, e trovarla in fretta. La minaccia è semplice, diretta, senza fronzoli adolescenziali: se non torni, l’ostaggio muore.
Il 19enne libero non cerca droga. Corre. Corre fino alla stazione dei carabinieri di Arese, e lì racconta tutto, il fiato corto, le parole che si accavallano. I militari non perdono tempo: seguono il segnale del telefono dell’amico rapito, si muovono nel buio che ormai è sceso sul parco.
Lo trovano in un altro angolo di verde, poco distante. Derubato, ferito, ancora incappucciato. Vivo. I rapitori, alla vista delle divise, si disperdono come fanno certi animali quando si accende una luce. Ma quattro di loro non fanno in tempo. Quindici, sedici, diciassette anni: nati in Italia, cresciuti qui, eppure capaci di rapire un coetaneo con la stessa disinvoltura con cui si organizza una serata al parco.
Le accuse sono pesanti, e non lasciano spazio a sconti di età: sequestro di persona a scopo di estorsione, rapina in concorso, porto abusivo d’arma, lesioni. Vengono portati all’istituto penale minorile Beccaria.
La vittima è stata in ospedale. Le ferite sono giudicate guaribili in sei giorni: una prognosi che suona quasi beffarda, se paragonata a quello che deve aver provato con un sacchetto di plastica sulla testa, in balìa di sconosciuti poco più che bambini.
Arese non è una periferia difficile, non è uno di quei nomi che tornano ciclicamente nelle cronache di violenza giovanile. È un paese ordinato, a due passi dal centro commerciale più grande d’Europa, con le sue rotonde curate e i suoi parchi pensati per le famiglie. Eppure il parco Blu, quella sera, è diventato altro: un teatro improvvisato dove cinque ragazzini hanno deciso che un machete e un sacchetto di plastica potevano bastare per procurarsi in una serata quello che non avevano.
Non c’è una periferia degradata a spiegare quello che è successo. C’è, semmai, un vuoto più difficile da raccontare: quello di chi a sedici anni impugna un’arma con la stessa naturalezza con cui altri impugnano un pallone. Un vuoto che i carabinieri, questa volta, sono riusciti a colmare in tempo. La prossima non è scontato.
