Eni, crolla il teorema dei pm: Scaroni e Descalzi sono assolti

Asfaltato il traballante castello d'accusa con cui la procura aveva portato sul banco degli imputati l'Eni e i suoi due massimi dirigenti

Eni, crolla il teorema dei pm: Scaroni e Descalzi sono assolti

Tutti assolti. Bastano poche ore di camera di consiglio ai giudici del Tribunale di Milano (settima sezione, presidente Marco Tremolada) per asfaltare il traballante castello d'accusa con cui la Procura della Repubblica aveva portato sul banco degli imputati l'Eni e i suoi due massimi dirigenti, l'ex amministratore delegato Paolo Scaroni e il suo successore Claudio Descalzi. L'accusa di corruzione internazionale legata all'appalto per lo sfruttamento dell'Opl 245, gigantesco giacimento di grezzo al largo delle coste della Nigeria, viene liquidata con poche righe di dispositivo della sentenza che assolve l'azienda, Scaroni e Descalzi, e insieme a loro la Shell, il colosso petrolifero alleato di Eni nella cordata per l'appalto nigeriano. Per la seconda volta consecutiva le indagini della Procura milanese contro Eni si risolvono in un nulla di fatto. Era giù successo con il processo gemello per le presunte tangenti in Algeria: tutti assolti, Scaroni e l'ente, sentenza confermata in appello e in Cassazione, "il fatto non sussiste". Ora arriva il bis, con le assoluzioni in blocco per il caso Nigeria. Per il pm Fabio De Pasquale, che a questa indagine ha dedicato quasi per intero gli ultimi anni di lavoro, una sconfitta plateale di fronte alla quale, mentre il tribunale legge la sentenza, nasconde a stento il suo disappunto. Per Scaroni e Descalzi il rappresentante dell'accusa aveva chiesto otto anni di carcere a testa. Assolto anche Luigi Bisignani, ex giornalista e procacciatore di affari, accusato di avere fatto da intermediario tra Eni e i faccendieri africani.

Per arrivare all'assoluzione è servito un processo durato quasi tre anni, reso impervio dalle difficoltà di traduzione con i testimoni nigeriani che l'accusa portava in aula a sostegno della sua tesi: ovvero che il miliardo e trecento milioni di dollari versati da Eni e Shell al governo nigeriano per ottenere la licenza di sfruttamento fossero in realtà una gigantesca tangente destinata a una serie di politici del posto, con in testa il presidente della Repubblica Jonathan Goodluck. A sostegno della tesi, una serie di analisi bancarie e di testimonianze, tra cui quella di una "gola profonda" interna ad Eni: Vincenzo Armanna, già capo delle attività di estrazione Eni a sud del Sahara, secondo cui sia Scaroni che Descalzi (che all'epoca dei fatti guidava la direzione Esplorazione e produzione) erano consapevoli che l'enorme somma versata sul conto governativo aveva ben altre destinazioni.

Ma a mancare sono stati i riscontri, gli elementi di fatto a sostegno della versione del pentito: come pure per lo scenario più grave adombrato dalla Procura nel corso del processo, secondo cui una parte non piccola della tangente uscita dalle casse di Eni e Shell sarebbe alla fine rientrata nelle disponibilità del management italiano. Il tribunale ha preso novanta giorni per depositare le motivazioni: dopodichè la Procura valuterà se ricorrere in appello. Ma che De Pasquale si arrenda appare assai improbabile (prescrizione permettendo, essendo i fatti vecchi ormai di una decina d'anni).

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