Questo quotidiano non ha mai smesso di dare fastidio, controvento e controcorrente, con gli sputi, gli insulti, le prediche, le minacce, tutto questo quando non cercano semplicemente di lasciarti in silenzio perché non canti la canzone dei chierici. C'è stato anche il sangue, quello lasciato a terra da chi Il Giornale lo ha fondato. È il 2 giugno del 1977 e Indro Montanelli esce alle dieci e quindici dall'Hotel Manin e si incammina a piedi verso la redazione di piazza Cavour. Qualche minuto dopo attraversa via Manin e cammina sfiorando la cancellata dei Giardini pubblici.
Si avvicinano due persone, piuttosto giovani, e uno dei due lo chiama: "Montanelli?".
"Sì".
Poi partono otto colpi con il silenziatore, quattro colpiscono il direttore: tre alla coscia sinistra e uno si ferma sul femore sinistro.
Montanelli non cade subito. Si aggrappa alle sbarre dell'inferriata e scivola lentamente a terra. Vuole morire in piedi. Era armato ma non ha estratto la pistola. Dino Messina, giornalista anche lui, lo soccorre e sente Indro mormorare: "Vigliacchi, mi hanno fottuto". Si salverà. Il Corriere della Sera il giorno dopo esce con la frase generica: ferito un giornalista. È la vendetta di chi a via Solferino aveva fatto di tutto per cacciare Montanelli. I due giovani erano i brigatisti della colonna Walter Alasia Franco Bonisoli, quello che ha sparato, e Lauro Azzolini. Dieci anni dopo al Circolo della Stampa di Milano Montanelli incontrò i suoi killer (in permesso dal carcere) e gli strinse la mano, dicendo; "A guerra finita, tra nemici, si brinda".
Solo che quel conflitto ideologico non si è mai realmente spento. Si è inabissato, per poi tornare a sputare odio e violenza. Non ci sono più le Brigate rosse, ma i maestri della violenza rivoluzionaria come soluzione alle ingiustizie del mondo sono tornati a intonare le vecchie canzoni. I vecchi terroristi sono morti ma qualcuno non vede l'ora di prendere il loro posto usando le stesse parole e con gli stessi pensieri: noi siamo dalla parte del giusto e spazziamo via chiunque non la pensi come noi. È ancora una guerra di parole, ma l'odio si respira giorno dopo giorno.
Montanelli è morto il 22 luglio 2001. Sono passati 25 anni e tante cose sono cambiate da allora. Il Giornale ha visto gente andare, tornare e ripartire. Ci sono stati diversi direttori. Qualcosa è sempre rimasto: il vizio di non fare il coro. Fra tre giorni ci sarà una nuova veste grafica, con l'idea di andare ancora più in profondità nelle nostre inchieste e nei nostri racconti.
Non si smetterà di dare fastidio. Il gioco in fondo è antico. Il primo passo è delegittimarti. È dire che quello che scrivi è fango, che le tue idee non hanno cittadinanza. Arrivano a chiamare "fascisti" i libertari, solo perché restano anomalie, cani sciolti, non allineati. Ti rimproverano di pensare con la tua testa. Montanelli era un anarchico conservatore ma agli occhi dei brigatisti era soltanto un nemico del popolo.
La realtà è che nel nome del Popolo, come nel nome di Dio, della Razza o della Nazione, sono stati commessi i peggiori misfatti dell'umanità. Il difetto di questo quotidiano allora è proprio questo: non aver mai amato le maiuscole.
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