Senza padri né maestri maschi i bambini crescono a metà

Gli uomini non fanno più i maestri. E l'Ocse si preoccupa e produce un documento che le varrà numerose citazioni sui giornali. Fa bene, perché il fenomeno è devastante

Senza padri né maestri maschi i bambini crescono a metà

Gli uomini non fanno più i maestri. E l'Ocse si preoccupa e produce un documento che le varrà numerose citazioni sui giornali (compresa questa). Fa bene, perché il fenomeno è devastante, come prova l'ampiezza di studi e ricerche ad esso dedicata. Sarebbe stato forse meglio che si fosse svegliata prima, visto che se ne parla da circa mezzo secolo, dall'inizio cioè dell'epoca in cui l'Occidente ha cominciato a diventare una «società senza padri». E senza maestri, che rappresentano appunto la figura paterna nella scuola.

Il guaio, dimostrato nel frattempo da ricerche non solo pedagogiche, ma cliniche, criminologiche, economiche, sociologiche ed altro, è che il padre, e la figura maschile, come naturalmente la madre, e quella femminile, sono entrambi indispensabili. La sua assenza nelle esperienze formative di base, la famiglia e la scuola, crea nei giovani un deficit importante. Crea, dicono i lavori più svariati, uno sbilanciamento, uno squilibrio.

Non solo nelle statistiche, dove i numeri maschili diventano sempre più piccoli, e quelli femminili sempre più grossi. E non solo nell'impressione dei ragazzini, che quando arrivano a scuola e si trovano davanti la squadra delle maestre e zero maestri fanno oh! come nella canzone di Povia. Ma nell'equilibrio psicologico degli studenti. Non solo dei maschi, la cui rappresentazione nel corpo insegnante diventa sempre più esigua, e prima delle medie del tutto inesistente, ma anche delle femmine.

Perché il maschile e il femminile non sono solo fatti biologici, ma importanti aspetti psicologici presenti in ognuno di noi. È come con le gambe del tavolo: se una manca, il tavolo si rovescerà da quella parte. Non regge più niente. Servono tutte. Anche se i fondamentalisti di ogni sesso e genere sognano in cuor loro di fare fuori gli altri. Ma sbagliano, come sempre, i fondamentalisti: troppo unilaterali.

Quella maschile è un'identità: rassicura chi la possiede, e incuriosisce le femmine che ne hanno un'altra, come accade in ogni diversità. Ma è anche un modo di essere, di comunicare: meno verbale, più fisico, più diretto all'obiettivo, meno aneddotico. È il contenitore indispensabile per i maschi, che quando la sua assenza diventa totale si deprimono, o diventano potenzialmente incontrollabili. L'uomo è importante come l'insegnante donna, indispensabile nelle prime classi, quando il rapporto principale a livello profondo è ancora quello materno, perché il bimbo ha ancora bisogno soprattutto di essere accolto e nutrito, anche affettivamente. Mentre l'insegnante maschio diventa indispensabile quando è necessario imparare a disciplinarsi per superare gli ostacoli, individuare gli obiettivi, imparare dagli errori. E soprattutto riconoscere le proprie passioni e vocazioni: un lavoro spregiudicato, che più che la nota diligenza femminile richiede coraggio e fantasia. Una presenza tanto più indispensabile quanto più a casa manca, perché il padre è un fantasma, o non c'è più.

Si tratta di rimediare a tutti i cocci rotti (per indisciplina, delirio di onnipotenza, superficialità) negli ultimi 50 anni. Un sacco di roba da spazzare via. Ma si riuscirà (come, forse, gli ultimi dati cominciano a raccontare).

Claudio Risé