Oh, un tempo il Nobel per la letteratura serviva almeno a fingere che esistesse ancora un canone (ve lo ricordate il casino che successe quando Berlusconi disse che «l’Occidente è superiore», certo, aveva ragione, nella libertà), oggi assomiglia sempre di più a una carta geografica da completare, con le aree ancora scoperte evidenziate in rosso e l’ansia di non lasciare fuori nessuna periferia del mondo. Harold Bloom aveva già capito tutto trent’anni fa, quando il multiculturalismo letterario cominciava a sostituire il giudizio estetico con la geografia, il sesso, l’etnia, il risarcimento storico (meno Shakespeare, più voci marginali, meno canone, più rappresentanza).
Da allora il meccanismo si è perfezionato. Ogni anno si guarda dove non si è ancora arrivati: Africa orientale, Corea del Sud, Caraibi, Balcani, letterature postcoloniali, lingue minoritarie, Paesi che sulla mappa culturale occidentale occupavano fino a ieri lo spazio di una nota a piè di pagina. E così il Nobel rischia di diventare un Risiko morale (non occupare l’Europa, ma liberarsene un po’ alla volta). Solo che nel frattempo è comparso un concorrente imbattibile: l’intelligenza artificiale. Non è bianca né nera e non è uomo né donna né europea né asiatica, non è ricca né povera, non ha patria, passaporto, colonialismo alle spalle o trauma familiare da raccontare in quarta di copertina. Eppure ha letto tutti (Borges e Joyce, Murakami e Toni Morrison, poeti coreani, romanzieri nigeriani, manuali di lavatrici, ricette vegane, recensioni Amazon e probabilmente anche molti libri che i giurati del Nobel non hanno finito). Per di più ormai gli scrittori l’IA la usano davvero: per correggere, tradurre, riscrivere, allungare, quando non per farsi produrre pagine intere.
E quindi? A questo punto il Nobel diamolo direttamente all’intelligenza artificiale: è l’unico autore davvero universale, inclusivo e senza biografia e senza neppure un sesso. E soprattutto, è possibile che sia già quello che ha scritto meglio di tutti i candidati dei vari premi umani, nei quali l’eccellenza è la mediocrità purché sia vendibile al pubblico medio.
