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La stanza di Feltri

Allo Stato spetta la giustizia, non la vendetta

Quando un assassino ha distrutto una vita, viene spontaneo desiderare che paghi fino all’ultimo centesimo del suo debito. Ma lo Stato non dovrebbe ragionare con lo stesso istinto dell’assassino

This handout picture dated January 12, 2023 provided by the Tennessee Department of Correction shows convicted US murderer Christa Pike. A Tennessee woman convicted of murder survived two lethal injection doses and was hospitalized in the early hours of Ocotber 1, 2026, her lawyers said, marking the state's second failed execution in months and prompting it to halt capital punishment this year. Hours earlier on September 30, the Supreme Court cleared the way for Christa Pike, 50, to become the first woman to be executed in the southern US state of Tennessee in 200 years -- but the attempt failed. (Photo by Handout / Tennessee Department of Correction / AFP) / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT "AFP PHOTO / Tennessee Department of Correction" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS

Caro direttore, ho sempre stimato, e continuo tuttora a stimare gli Stati Uniti. La loro Democrazia, i loro paesaggi, la loro gente, il rispetto delle regole, perfino il cibo (del Nord Est e del Sud Cajun). Ci sono stato tante volte, parlo la lingua e mi sono sempre trovato benissimo. Una cosa non mi piace, non ho mai capito e ritengo una scempiaggine da Paese troglodita, e cioè la pena di morte, comminata e applicata. Cordiali saluti.

Piero Casati

Caro amico, capisco benissimo la sua perplessità. Anzi, sulla pena di morte sono sostanzialmente d’accordo con lei. E non perché gli americani siano barbari, naturalmente. Sarebbe una sciocchezza bella e buona. Gli Stati Uniti sono una grande democrazia, con pregi enormi e difetti altrettanto evidenti. Ma proprio per questo la pena capitale mi convince poco, anzi per nulla. Si dirà: chi ammazza merita di morire. È una reazione umanissima, soprattutto davanti ai delitti più atroci. Quando un assassino ha distrutto una vita, viene spontaneo desiderare che paghi fino all’ultimo centesimo del suo debito. Ma lo Stato non dovrebbe ragionare con lo stesso istinto dell’assassino. Altrimenti che differenza rimane tra la giustizia e la vendetta? C’è poi una faccenda molto concreta, che vale più di mille discorsi: i giudici possono sbagliare. Gli avvocati possono sbagliare. I testimoni possono mentire o ricordare male. E un innocente finito in carcere può, almeno teoricamente, essere liberato. Un innocente ammazzato dallo Stato, invece, è ammazzato per sempre. Non esiste appello che tenga. Per questo considero la pena di morte una risposta troppo definitiva per una giustizia amministrata da esseri umani, cioè fallibili. Questo non significa avere tenerezza per gli assassini. Significa, semmai, avere qualche prudenza nei confronti dello Stato. Il criminale può essere chiuso in galera per tutta la vita. Può essere privato della libertà e sottoposto alla pena prevista dalla legge. Ma lasciarlo vivo significa lasciare aperta almeno la possibilità di correggere un errore. Ecco perché, caro lettore, sulla sua «scempiaggine» mi trova abbastanza vicino. Sulla definizione di «Paese troglodita», invece, sarei più cauto. Gli americani hanno già parecchi difetti. Non serve inventargliene altri.

Cordialmente.

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