I manager dell'arte? Se li vuole la sinistra nessuno si indigna

I direttori insediati da Franceschini rimettono in circolo idee della destra che furono liquidate come eresie. Dagli stessi opinionisti che ora tacciono

A ffittare le sale della più prestigiosa pinacoteca d'arte classica per implementare le risorse? Ben venga. Inventarsi un circuito di diffusione dell'archeologia attraverso un sistema che metta in relazione le spiagge tirreniche con siti e scavi? Ottima idea.

Tutto ciò che potrà servire a togliere la polvere a un mondo inadeguato al presente, figlio di una mentalità assistita dove non bisogna mai cambiare nulla e in cui la parola «conservazione» suona davvero funesta, deve essere salutato con sguardo ottimista. Perché la competenza in materia di museologia la fanno curricula e pubblicazioni scientifiche, ma anche e soprattutto la voglia di rischiare, l'ambizione personale, il desiderio di scrollarsi di dosso le cattive abitudini del passato. Chissà se Eike Schmidt riuscirà a convincere le grandi aziende private a varcare la soglia degli Uffizi, magari ottenendo sponsorizzazioni di rilievo o donazioni di nuove opere attraverso cene ed eventi social visti in passato come il fumo negli occhi dai talebani della cultura. Oppure se Zuchtriegel avrà davvero il coraggio di trasformare Paestum in un parco a tema con servizi per le famiglie e i bambini da monumento inerte per gli archeologi di chiara fama quale è. E magari Cristiana Collu potrà rinverdire i fasti della vecchia GNAM, superata nell'immaginario romano dal nuovo e inefficiente Maxxi, guidata non tanto dal fantasma di Palma Bucarelli ma ispirata piuttosto a una diversa concezione del museo contemporaneo, più fluido e meno ingessato, a cominciare dalla comunicazione, dai servizi, dal riallestimento della collezione.

Se rivoluzione debba essere che lo sia davvero, e non il solito accomodamento mezzo e mezzo. Se Franceschini ci crede, vada fino in fondo. In fondo la novità sarebbe proprio questa: fare , soprattutto in un momento così fortunato dove buona parte dell'opinione pubblica ti è favorevole. Ma non si parli di un progetto completamente originale, poiché in tempi non troppo lontani altri esecutivi e altri ministeri avevano già tentato di introdurre figure manageriali accanto agli storici dell'arte, con conflitti di potere paralizzanti, beccandosi insulti e pernacchie. Anche se la memoria collettiva lo ha rimosso, ci fu Mario Resca (governo Berlusconi) a introdurre parole d'ordine sconosciute e tutte regolarmente bloccate da burocrazia attiva e resistenza passiva dei funzionari. Per non dire delle cene nei musei, fino a ieri bersagliate come scandalose e irrispettose della vera cultura. Cristina Acidini del Polo museale fiorentino ne parlò nel 2013, non un millennio fa. Al governo c'era Enrico Letta, al ministero Massimo Bray. La levata di scudi fu generale: eppure il nuovo direttore degli Uffizi ha detto le stesse cose senza suscitare alcuna reazione, almeno per ora.

Termini un tempo improponibili sono tornati prepotentemente e giustamente di moda, anche se sul doppiopesismo italico ci sarebbe da riflettere per l'ennesima volta. Almeno ora che il terreno intorno sembra fertile e senza prevenzioni di natura ideologica, non vorremmo più vedere esitazioni e plaudere a un nuovo modello di museo italiano. Basta che si cambi davvero. Sennò sarà la solita trovata d'agosto.

Vasco Rossi sarà alla Mostra del cinema di Venezia e calcherà il tappeto rosso l'11 settembre. Reduce da un tour che ha totalizzato in 14 date ben 600.000 spettatori, il Komandante accompagnerà alla Mostra del Cinema la proiezione in anteprima del film «Il Decalogo di Vasco» di Fabio Masi.

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