La trap italiana celebra in questi giorni i dieci anni di vita, scuotendosi di dosso la reputazione negativa che l'ha derubricata a non-genere musicale. Nata dall'uso creativo dell'autotune, lo strumento che corregge l'intonazione e, secondo i detrattori, consentirebbe di cantare anche a chi non ne è capace, è spesso indicata come emblema della crudezza emotiva e dell'azzeramento etico della Generazione Alpha. Indifferente a questa pregiudiziale, Universal Music ha messo in pista il progetto 2016X, che si compone di una serie di ristampe in vinile dei sette album fondativi della scena trap italiana, usciti tutti quasi in contemporanea dieci anni fa, con artwork e tracklist originari. Sono Crack Musica di Tony Effe & Side Baby, Succo di Zenzero e The Dark Album di Wayne Santana e Dark Polo Gang, Dasein Sollen di Rkomi, Sfera Ebbasta dell'omonimo artista milanese, Santeria di Marracash & Guè e Malammore di Luchè. È una restituzione sorprendente, che supera il cliché del maledettismo privo di correlati poetici che è stato cucito pregiudizialmente addosso al genere, e ne riscopre la purezza delle origini, le connotazioni territoriali, le ambientazioni marginali e periferiche. Tornano a essere evidenti anche le connessioni a quanto si ascoltava nello stesso periodo ad Atlanta, dove la trap è nata, e nelle banlieue francesi, dove ha guadagnato rapidamente terreno, bruciando i ponti ai rapper della vecchia scuola, diventati decrepiti nello spazio di una notte. La scena nel 2016 esisteva già, senza grandi connessioni con la discografia ufficiale, e differenti stili e poetiche già ben definite, con artisti che a Milano, Roma e Napoli sembravano condividere l'umore degli slum suburbani, ma non necessariamente la poetica e il mood, più esistenziale e lirico nel caso di Sfera Ebbasta, che è il nome di riferimento per i trapper milanesi, disincantato e slabbrato nella Dark Polo Gang, formazione capitolina di Tony Effe e Wayne Santana, materialisti e nichilisti, cantori di un mutamento antropologico radicale, una specie di aggiornamento in diretta sulle aspirazioni e i consumi del sottoproletariato delle borgate arricchito dallo spaccio.Nei testi, la trap incarna una linea di frattura rispetto al conformismo del cantautorato, che ha finito per mangiarsi tutti coloro che sono venuti prima, dai rocker che hanno scelto l'italiano al rap. È la prima generazione che si pone al di fuori di quel calderone indistinto, preferendo raccontare in diretta la propria aspirazione ad arricchirsi e inserirsi nella fascia alta del proprio immaginario trash. Ai trapper interessano gli incastri ritmici e metrici del flow, la cadenza con cui ogni artista canta le proprie barre (le battute) su di una base elettronica, spesso statica e sfasata, alternanza di sospensioni, slow-motion. Le rime sbordano, passano per compressioni e dilatazioni, diventano elencazioni infinite di accessori di lusso e droghe, che si mangiano tutto il resto, claustrofobiche e prossime alla narcosi. Sul piano del linguaggio, è uno slang di strada, arricchito da neologismi e anglicismi, che procede per accumulo, senza sviluppare una storia o un senso, e possiede la capacità di rigenerarsi all'infinito facendo della rima la matrice di una libera associazione d'immagini.
Il termine "trap" appartiene allo slang sudista. A Memphis, Houston e Atlanta, che hanno sviluppato scene hip hop radicalmente differenti da quella newyorkese e californiana, più legate al racconto in prima persona delle esistenze degli spacciatori, la parola identifica un luogo dove si vende droga. Nel 2003 il rapper T.I. licenzia un album dal titolo Trap Muzik. Da allora nasce la convenzione di definire Trap quel tipo di liriche che hanno un forte riferimento alla vita di strada. Le rime non si appoggiano su di un groove, come avviene nell'hip hop. I suoni sembrano nascere tra un immaginario cinematografico deteriore, pulp, e vengono filtrati da un modesto arsenale tecnologico: smartphone, tastiere analogiche, campane, rumori cupi e notturni, che produttori come dj Screw cominciano a rallentare e sfocare, per creare quella sensazione di ipnosi da assunzione di stupefacenti. È musica prodotta e ascoltata in uno stato di perenne torpore, priva della rabbia del rap, del senso di riscatto, dell'ambizione di tenere il mondo in pugno con una rima. Almeno in questo, i trapper sono i nuovi punk, non si appassionano a niente, nemmeno ai propri trofei e feticci. Una drum machine giapponese uscita direttamente dagli Anni Ottanta, la Roland TR-808, dopo aver fatto la fortuna di Afrika Bambaataa, viene riesumata dai Three 6 Mafia di Memphis per ottenere bassi profondissimi, che costituiscono l'ambiente sonoro su cui si appoggiano le rime, spesso con linee melodiche elementari e rapide fughe ritmiche in avanti su terzine velocissime.
Nel 2015 Sfera Ebbasta e il produttore Charlie Charles, ventunenni della provincia di Milano, pubblicano da indipendenti l'album XDVR, distribuito gratis online. A intercettarli è Marracash, che con Shablo li accoglie nella sua etichetta Roccia Music. Nel 2016 esce Sfera Ebbasta, per Universal/Def Jam, meno crudo di XDVR e più aperto al grande pubblico. Ghali pubblica Ninna Nanna, allarga il bacino della trap oltre l'underground. Sin da queste prime mosse, la trap non nasce necessariamente da un contesto di marginalità sociale. È più il risultato di uno strumento tecnico economico, che tutti sanno usare, a renderla replicabile ovunque. Gli artisti corteggiano da subito l'industria musicale, senza rivendicare l'antagonismo che fu del punk e del primo rap. La scena delle origini non rifiuta nulla. Aspira al successo commerciale nel modo più veloce possibile, ostenta ciò che il sistema capitalistico produce. Ma è riuscita in definitiva dove il rap ha fallito, spostando l'asse linguistico e il sistema produttivo della musica pop italiana. È diventata la lingua di una generazione che non ha alcuna aspirazione alla rivoluzione. È il primo fenomeno musicale esplicitamente materialista che sia nato nell'underground. Il suo potenziale sovversivo sta in questa discontinuità potentissima. I trapper diventano ricchi per conseguenza inevitabile di un successo a cui non aspirano, raggiungendo uno status che non è in grado di cambiare la realtà da cui provengono.
Il contesto è più forte di tutto, ed è il retroterra comune che assimila le esperienze degli artisti italiani a quelle dei pionieri americani e francesi. Dalla "trap", il luogo malfamato che è diventato una matrice stilistica, non si esce. Perché fuori di lì la trap non esiste.
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