Da Diogene ai populisti la filosofia contro il potere

Un saggio di Ansgar Allen fa luce sulle origini, tutt'altro che negative, di un approccio oggi ritenuto amorale

Niente oggi incarna più il cinismo di Frank Underwood, il personaggio interpretato da Kevin Spacey in House of Cards oppure Jordan Belfort, il broker reso da Leo DiCaprio in The Wolf of Wall Street. Cinici, cioè essenzialmente egoisti, privi di scrupoli e di morale, disposti a qualsiasi compromesso pur di accrescere il proprio potere o la propria ricchezza. Ma questo è il significato moderno del termine cinismo, di cui si è persa quasi totalmente l'origine: quella di una scuola filosofica fondata nel IV secolo a.C. da Diogene di Sinope e da Antistene di Atene.

Delle loro parole non sono rimasti che pochi frammenti e il cinismo è conosciuto per le critiche durissime e anzi per la quasi demonizzazione che gli riservarono nel corso dell'antichità i seguaci del platonismo e dell'aristotelismo. I cinici originari erano infatti l'esatto opposto degli Underwood: la loro dottrina perseguiva la felicità (era cioè essenzialmente un'etica) e, come in tutta la filosofia antica, la virtù, da raggiungere rifiutando gli agi materiali, le ricchezze e il potere. Fin qui, quello che tutti noi abbiamo appreso a scuola. Del cinismo originario e della trasformazione di questo concetto fino al suo significato opposto si occupa ora il filosofo britannico Ansgar Allen (Cynicism, Mit Press, pagg. 280, euro 14) con una lettura rigorosa ma niente affatto accademica e pedante: per lui il cinismo, nel suo significato originario, va recuperato, e addirittura elogiato, un programma che condividiamo. Leggendo il Michel Foucault dei corsi al Collège de France e il testo fondamentale di Peter Sloterdijk, Critica della ragione cinica, Allen mostra come il cinismo originario fosse una dottrina di contestazione del potere, attraverso l'esercizio della parresia, «la libertà di dire tutto» fino alla parola oscena e all'insulto rivolti verso il potere. Da qui l'aneddoto, probabilmente apocrifo ma significativo, di Alessandro Magno, cresciuto pertanto da Aristotele, che avrebbe detto «se non fossi l'Imperatore, mi piacerebbe essere Diogene».

Nel contestare il linguaggio del potere, i cinici ribaltano anche i canoni della filosofia ufficiale, platonismo e aristotelismo, entrambe razionalistiche, e la paideia cioè il processo di formazione della classi dirigenti. Cosicché, con una piccola forzatura, potremmo vedere nei cinici una sorta di antesignani dei populisti. Attraverso Foucault, Allen spiega poi come essi siano i primi, e pressoché i soli, nell'antichità, a teorizzare una filosofia del corpo e addirittura a speculare con il corpo - fino al rapporto di Diogene con la propria materia organica, ampiamente esibita. Nella seconda parte del volume, l'autore mostra le genealogia del cinismo: il suo recupero in Luciano e in Epitteto, e il suo aver influenzato prima lo stoicismo, poi lo stesso primo cristianesimo - nel disprezzo degli agi e nella mortificazione della carne. La filosofia cinica entra nel Medioevo come una dottrina che vede le cose nella loro crudezza e nella loro nudità, sfidando le ipocrisie, tanto che il Gargantua e Pantagruel di Rabelais, solitamente considerato un manifesto di epicureismo, secondo Allen, ispirato da Michail Bachtin, rappresenterebbe invece l'apoteosi del cinismo, con l'inversione carnevalesca dei valori.

Il primo significato di cinico in senso moderno negativo lo troviamo nella tragedia di Shakespeare Timone di Atene, con il personaggio di Apemanto, ma se l'Illuminismo sviluppa ancora un rapporto complesso con l'originario significato di cinismo (il cui esempio possiamo trovare in Diderot) è dall'avvento della modernità e del romanticismo che il cinico comincia a diventare una figura negativa, come l'incarnazione dell'assenza di idealismo: la sua accidia e la sua melanconia nel vedere le cose come stanno e nell'esercitare il ghigno e la beffa, cozzano contro la costruzione dell'ordine borghese fondato sui valori. Nella parte contemporanea l'autore corre più velocemente mentre avrebbe forse potuto intravedere una genealogia di moderni cinici che recuperano la parresia di Diogene e di Antistene: senz'altro possono essere considerati tali Joseph de Maistre e il suo seguace Charles Baudelaire, Schopenhauer e Nietzsche, ma a suo modo anche Marx, mentre la tradizione italiana è profondamente intrisa di cinismo: basti pensare a Giacomo Leopardi politico e poi a Mosca e a Pareto.

Per l'autore è necessario oggi un cinismo progressista. Con lui, elogiamo il cinismo e ne decretiamo l'attualità e anzi l'utilità: ma ancorché legarlo ai progressisti, idealisti per definizione, a nostro avviso il cinismo, nel senso originario del termine, rafforza più che altro una visione conservatrice del mondo. Essere cinici nel senso diogineo vuol dire prima di tutto essere realisti, capaci di vedere le cose nella loro crudezza, gli uomini nella loro nudità, nel loro essere un impasto di male e di bene (con prevalenza del male). Il dire la parola di verità al potere discende poi dalla profonda sfiducia verso la politica tipica del conservatore: essa è necessaria sì, ma pericolosa allorché diventa idealismo, e quindi ideologia, poiché tende a voler trasformare gli uomini per renderli buoni: impresa che al cinico provoca fragorose, gargantuesche, risate. Quindi viva il cinismo: che sarà beffardo e melanconico, ma che almeno ci difende dallo stolto e pericoloso ottimismo dei sognatori ad occhi aperti.

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