La Cina riempie di liquidità le banche

In arrivo 1.000 miliardi di yuan che rischiano di far esplodere il debito del Paese

La Cina riempie di liquidità le banche

Il prossimo 16 febbraio inizia in Cina la Festa di Primavera. È il capodanno nell'ex Celeste impero, festeggiato con pranzi, petardi e buste rosse. Piene di denaro. È il tripudio del denaro cash, una lunga muraglia di contante che obbliga le banche a fare il pieno di liquidità. Per evitare guai (leggi credit crunch), la People's Bank of China (Pboc) ha deciso di mettere a loro disposizione fino a 1.000 miliardi di yuan (circa 153 miliardi di dollari). Il meccanismo funziona così: i requisiti legati alle riserve prudenziali vengono abbassati per 30 giorni di due punti, al 15%, permettendo di liberare risorse destinate ai prestiti.

Non è la prima volta che la banca centrale cinese usa questo strumento di alleggerimento, ma quest'anno la mossa sembra preoccupare più di un osservatore. Soprattutto se i principali istituti di credito, ben capitalizzati anche secondo il Fondo monetario internazionale, faranno da ponte per girare la liquidità aggiuntiva alle banche medie e piccole, molto meno virtuose sotto il profilo della copertura del rischio e molto più opache dal punto di vista della gestione. Ma, più in generale, ad allarmare è l'esponenziale crescita avuta nell'ultimo anno e mezzo dai volumi di credito.

Con il lievitare del debito complessivo cinese (Stato, famiglie e imprese), ora al 274% del Pil, la Pboc ha gettato alle ortiche la stagione della politica monetaria ultra-espansiva per serrare i ranghi, disponendo controlli sui movimenti di capitali e dando alcuni giri di vite ai tassi, l'ultimo dei quali deciso questo mese.

Il governatore Zhou Xiaochuan ha però un problema. E piuttosto grosso: il premier Xi Jinping vuole briglie più sciolte per sostenere la crescita economica e la transizione verso un'economia più orientata sui consumi interni e sui servizi. Per l'anno prossimo gli analisti già prevedono un rallentamento della crescita. L'aumento del Pil dovrebbe quindi essere inferiore al 6,8% messo a segno in settembre. Ciò potrebbe rappresentare un problema non solo per Pechino ma per tutto il pianeta. La regola generale, infatti, è che una diminuzione dell'1% della crescita cinese si traduce in un calo dello 0,25% del Pil globale.

L'Fmi, però, sembra più preoccupato della stabilità finanziaria, da anteporre ai target di sviluppo economico. «Gli obiettivi ufficiali di crescita regionale e gli aiuti alle aziende per evitare perdite di posti di lavoro rischiano di condurre a un marcato aumento del debito, specie a livello delle amministrazioni locali», sottolineava un recente report del Fondo. Che suggerisce anche la ricetta per le banche: «Con il patrimonio degli asset bancari cinesi che ha raggiunto i 34.700 miliardi di dollari, tre volte il Pil del Paese (11.200 miliardi), detenere più capitali ha spiegato l'organismo guidato da Christine Lagarde rafforzerebbe il sistema bancario e così la stabilità finanziaria».

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