I big del G20 fanno asse sul clima

Cadono i "no" di Cina e India. Ma resta il nodo dei tempi della decarbonizzazione

I big del  G20 fanno asse sul clima

Il G20 trova l'accordo sul clima grazie alla regia italiana, ma non accelera sui tempi della decarbonizzazione. Una vittoria a metà per il governo Draghi che comunque è stato determinante per un accordo generale sulla scena internazionale: aver saputo sciogliere le resistenze di due potenze mondiali come India e Cina, che avevano mandato all'improvviso in stallo la trattativa.

Oggetto del contendere: la formalizzazione di un obiettivo di neutralità carbonica che è arrivato a metà. Una partita che ruota intorno a un fondo da 100 miliardi di dollari annui fino al 2025, così prevede l'accordo di Parigi. E che, almeno sul fronte italiano ed europeo, darà sprint ai titoli quotati a Piazza Affari e impegnati nella transizione energetica, utility ed energetici, tra cui Snam, Eni, Enel, A2a, Acea, Hera, Iren, Saipem, Terna, Erg, Falk R., Fincantieri. D'altra parte, a spingere per l'accordo è stato proprio il ministro italiano della Transizione ecologica, Roberto Cingolani che insieme all'inviato Usa sul clima, John Kerry, ha lavorato alla bozza del negoziato che poi è finita sul tavolo dei ministri nel pomeriggio di ieri. Il testo ha cercato di mediare tra le varie anime presenti al summit di Napoli, per assicurarsi un comunicato condiviso. E così alla fine è stato.

L'ok al Comunicato sul Clima arriva il giorno dopo al via libera a quello sull'Ambiente, già uscito da ore di negoziati e con parecchie limature. Quello sul Clima ha vissuto un iter anche più travagliato, con mediazioni in corso anche dopo l'annuncio finale dell'intesa. D'altra parte, le posizioni in campo erano tante: c'è stata di fatto una profonda divisione fra Usa ed Europa da una parte, Cina, Russia, economie emergenti e paesi petroliferi dall'altra. Stati Uniti, Unione europea e Gran Bretagna, ricchi di capitali e di tecnologie, vorrebbero accelerare sulla decarbonizzazione e sul passaggio alle fonti rinnovabili, per mantenere il riscaldamento globale al 2030 entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali (cuore della trattativa). Gli altri paesi del G20 puntavano invece a rallentare questo processo: Cina e India non possono rinunciare alle fonti fossili per alimentare la loro forte crescita, Russia ed Arabia Saudita basano le loro economie sugli idrocarburi. Anche per i paesi più ricchi uscire dalle fonti fossili non è un processo semplice: servono tempo e capitali per costruire centrali eoliche e solari, e una rapida decarbonizzazione rischia di danneggiare altri settori.

Alla fine però si è imposto l'asse italo-americano e «nel Communiquè Clima ed Energia» su 60 articoli solo due sono stati estratti perché non è stato possibile trovare l'accordo.

«Oggettivamente è stato un ottimo risultato», ha detto Cingolani, spiegando però le criticità sui tempi: «15 paesi, fra i quali Usa, Europa, Giappone e Canada, hanno detto che vogliono puntare a rimanere entro 1,5 gradi di riscaldamento nella decade e chiudere le centrali a carbone entro il 2025. Cinque Paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono: economicamente non ce la fanno, e preferirebbero ribadire quanto scritto nell'Accordo di Parigi (obiettivo al 2050). Abbiamo poi concordato sull'adattamento e la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, sugli strumenti di finanza verde, sulla condivisione delle tecnologie, sulle città intelligenti e resilienti, le smart city».

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