Ubi non si arrende a Intesa. Ma il "Patto dei mille" cede

Il cda prende tempo sul rilancio, ma insiste: senza fusione non si potranno vendere le filiali

Ubi non si arrende a Intesa. Ma il "Patto dei mille" cede

Il cda di Ubi prende tempo e frena gli entusiasmi seguiti al rialzo dell'offerta pubblica di acquisto e scambio (opas) di Intesa Sanpaolo comunicato venerdì scorso. L'esecutivo della banca guidata da Victor Massiah, riunitosi ieri mattina, ha preso atto del ritocco all'insù dell'offerta (0,57 euro, oltre alle previste 1,7 azioni Intesa Sanpaolo, per ogni titolo Ubi consegnato all'opas) e rinviato ogni decisione alla pubblicazione del supplemento, su cui proprio ieri sera è arrivato il via libera di Consob.

Nel frattempo, il vertice del gruppo bergamasco ha colto l'occasione per levarsi qualche sassolino dalle scarpe e ricordare alla Ca' de Sass che la cessione degli oltre 500 sportelli a Bper, prevista per superare il rischio di concentrazione, potrebbe non essere così semplice da ottenere. Se le adesioni all'opas dovessero superare la maggioranza del capitale ma non la soglia del 66,67% necessaria per procedere alla fusione dei due istituti, Ubi rimarrebbe una realtà autonoma e gestita da un cda composto per i 2/3 da consiglieri indipendenti chiamati a perseguire il solo interesse dell'istituto. Un interesse non così palese in caso di cessione di oltre un terzo della rete. La vendita degli sportelli è da considerarsi un pegno necessario a ottenere il via libera dell'Antitrust all'operazione, ma la banca bergamasca si vedrebbe declassata da autonomo centro di profitto a mero soggetto collocatore della capogruppo. Per questa ragione, come ha precisato ieri su richiesta della Consob il vertice presieduto da Letizia Moratti, nemmeno in ragione del risultato complessivo dell'attività di direzione e coordinamento, Intesa Sanpaolo potrà legittimamente imporre alla banca la dimissione del ramo bancario qualora non raggiunga il 66,67% del capitale di Ubi, in quanto il pregiudizio subito da Ubi Banca non potrà in alcun modo considerarsi compensato dall'appartenenza al gruppo Intesa Sanpaolo. Gli analisti comunque sono ottimisti sul superamento della soglia: il ritocco all'insù dell'offerta avrebbe reso la proposta di nozze irresistibile.

La valutazione ha già convinto alcuni degli azionisti storici della banca bergamasca come il sindacato azionisti di Ubi (al 7,67% del capitale), la Fondazione CariCuneo (al 5,9% del capitale), la Fondazione Banco del Monte di Lombardia (al 3,95%) e Cattolica Assicurazione (all'1%). Il patto dei mille (all'1,6% del capitale), riunitosi ieri, ha lasciato i soci liberi di aderire. Ancora da chiarire rimangono le posizioni dei soci industriali del Car e del misterioso fondo Parvus (a cui fa capo il 7,9% del capitale). E, mentre il traguardo si avvicina (il 28 luglio, salvo proroghe, calerà il sipario sull'operazione che ha scosso gli equilibri finanziari di Piazza Affari), la banca guidata da Carlo Messina ha già raccolto adesioni pari all'8,488% del capitale.

Intanto ieri Intesa Sanpaolo ha chiuso la seduta a 1,88 euro (in rialzo dell'1,6%), Ubi invece a 3,733 euro (+0,1%), a leggero sconto rispetto ai valori del concambio (pari a 3,766 euro ai prezzi di ieri).

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