In fuga dalla città della paura dove abitano soltanto i cadaveri

Luciano Gulli

nostro inviato a Cana

Se ne sono andati appena è spuntato il sole, dopo che la radio aveva diffuso la notizia delle 48 ore di tregua accordate dagli israeliani. Gli ultimi li abbiamo incontrati mentre facevamo al contrario il loro percorso. Automobili sgangherate, una Peugeot familiare che sembrava venisse dritta dal passato, dalla battaglia di Algeri; qualche carretto, perfino un trattore. I tetti pieni di fagotti e valigie, l'abitacolo stipato in ogni ordine di posti. Via dalla paura, via dalle bombe, via dalla morte.
A Cana, sbranata dal sole e squassata dalle bombe dei giorni scorsi, incontri solo rari fantasmi che si intrufolano nelle botteghe che hanno le saracinesche gonfiate dalle onde d'urto, alla ricerca di un pacco di pasta o di una confezione di carne in scatola. Gli unici rumori sono quelli prodotti dalle gialle bandiere del "partito di Dio" ingolfate dal vento caldo che tira da sud, portando sentori come di cordite e di tritolo. Tre, in questa giornata di lutto nazionale proclamato dal governo, sono le uniche facce liete in circolazione. Una è quella dello sceicco Nasrallah, sempre contento come un seminarista in gita. Un'altra è quella dell'ayatollah Khomeini, buon'anima, e la terza è di un capobastone locale dell'Hezbollah al quale non siamo riusciti a dare un nome. Tre manifesti, incollati uno accanto all'altro, sulla facciata di una palazzina posta alla sommità della stradicciola che orla un campicello seminato a tabacco e finisce laggiù, dove c'è la casa dei morti.
Le ruspe dei caschi blu dell'Unifil che ieri sera hanno scavato alla ricerca di altri cadaveri non ci sono più. Troppo pericoloso, spiega un sottufficiale del contingente cinese. Due solette pericolanti, del peso di qualche tonnellata, diventeranno le lapidi di chi è rimasto laggiù.
«Ne faremo un mausoleo - promette un ragazzo di una ventina d'anni attirato quaggiù dalla presenza dei giornalisti -. Come quello che ricorda la strage del '96».
Un altro, un uomo anziano, arriva agitando un bastone verso i giornalisti. «Io non me ne vado - giura guardandoci fisso in volto -. Non alzo bandiera bianca. Mi ammazzeranno, ma se questa è la libertà e la democrazia degli americani, non la voglio».
La palazzina di Cana, paese di 12 mila abitanti dove i miracoli funzionano all'incontrario, apparteneva alla famiglia di Abbas Hashem. Qui erano venuti a rifugiarsi una decina di giorni fa tutti i loro parenti: cognati, suoceri, cugini, zii. E siccome di spazio ne avanzava, gli Hashem avevano esteso l'invito anche a certi vicini, gli Shalhoubs, felici a loro volta di potersi portare dietro cognati, suoceri, cugini, e gli amici di una vita, con mogli e figli. La vicinanza della moschea, ma soprattutto le montagnole di sabbia e di terra disposte lungo un fianco della palazzina, ancora in costruzione, sembravano un buon riparo. Avessero potuto, se ne sarebbero andati anche loro, racconta dal suo letto d'ospedale a Tiro Mohammed Shalhoub, 41 anni, uno dei pochi sopravvissuti. «Ma le uniche due strade che avremmo potuto prendere, partendo dal quartiere, erano state bombardate nei giorni precedenti, ed erano sempre sotto tiro». Mohammed, che da anni si porta dietro la croce di una invalidità permanente, lo ha salvato sua moglie, Rabab. «Mi ha tirato fuori dai calcinacci, insieme con nostro figlio Hassan, che ha quattro anni». La figlia di 6 anni, Zeinab, è rimasta laggiù, insieme con la sorella di Mohammed, Fatmeh, e suo fratello Tayseer.
Da sud arrivano i boati dell'artiglieria israeliana che macina colpi su colpi; perché la tregua, par di capire, riguarda solo i bombardamenti aerei. I proiettili sparati da terra sono validi.
Qualcuno vorrebbe andare a vedere, ora che si è sparsa la notizia di un nuovo, e però già «vecchio» massacro. Il nome del villaggio è Srifa, una decina di chilometri a nord est di Tiro. Lì, sepolti sotto le macerie di una palazzina bombardata il 19 luglio, ci sono ancora i corpi di trenta, forse cinquanta persone. Ma le vie sono interrotte, e i tratturi che gli abitanti di Cana suggeriscono sono un calvario esposto ai tiri dei cannoni israeliani. Nel pomeriggio arriva la notizia: a Srifa è arrivata la Croce rossa. Stanno scavando, aiutati da volontari locali. I corpi ci sono davvero, ma nessuno sa ancora dire quanti.
I cadaveri dei 57 morti di Cana - 37 dei quali erano bambini - li hanno portati all'ospedale Yaroun di Tiro, non lontano dal campo profughi palestinesi di Al Buss. Ma siccome nella camera mortuaria non c'era posto, li hanno «parcheggiati» alla rinfusa nel cassone di un Tir refrigerato. Nel cortile dell'ospedale, in attesa della cerimonia funebre, è pronta una fila di bare che saranno probabilmente calate in una fossa comune. Su una c'è scritto: «Hassan Ghassam, era un bambino».
Giù al porto, in un vecchio magazzino svuotato per la bisogna, si scaricano tonnellate di viveri, di coperte, di tende, di acqua minerale, di kit medici. Sul piazzale, un muletto va avanti e indietro caricando scatoloni su un camion coperto da un telone bianco sul quale spicca una grande croce rossa. Sono gli aiuti umanitari in partenza per il sud. «Ci hanno garantito dei corridoi - dice senza crederci Hassan, un volontario della Caritas -. Ma è chiaro che non si potrà andare dappertutto. Questa specie di tregua è una presa in giro. Chi andrà, per esempio, a portare cibo e medicine alle 50 persone che sono rimaste intrappolate dall'inizio dei combattimenti ad Ain Ebel?»

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