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Governo

Meloni e la vera svolta del governo: “L’Italia ora non chiede più il permesso”

Il grazie agli alleati e un messaggio alla sinistra: “Noi non stiamo insieme per combattere un avversario comune. Chi fa così, il giorno dopo non sa come agire”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’evento per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, Bari, Venerdì 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Italian PM Giorgia Meloni celebrates the longest-serving government of the Italian Republic, Bari, Friday, September 4, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

La Puglia, terra d’elezione della premier, abbraccia Giorgia Meloni. Quando la presidente del Consiglio arriva sul palco, la scena è già stata riempita da migliaia di bandiere. È qui che la leader di Fdi ha deciso di ambientare alcuni passaggi fondamentali del suo mandato: il G7 di Borgo Egnazia, con i capi di Stato all’ombra degli ulivi e l’Italia padrona della scena internazionale, e ora il traguardo della stabilità governativa. È Rino Gaetano che accompagna l’ingresso di «Giorgia», tutta Italia ormai la chiama così, sul palco. È la stessa canzone con cui Fdi celebrò la vittoria alle Politiche del 2022, «Ma il cielo è sempre più blu». «L’emozione è immensa nel giorno in cui diventiamo il governo più longevo della storia d’Italia. Nessuno di voi qui stasera ci è venuto per una data. Diciamoci la verità, il governo più stabile non è per forza quello più capace ma quello che ha avuto più tempo degli altri per essere giudicato. E quel giudizio siete voi con questa presenza e con questo entusiasmo».

Il sentore è che alle Politiche non manchino troppi mesi. Dopo 1413 giorni il consenso dell’esecutivo è ancora alto, anzi «più alto» di quanto lo fosse il primo giorno. Meloni chiama «famiglia» il centrodestra, e ringrazia Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi. «Noi non stiamo insieme per battere lo stesso avversario. Chi si allea soltanto per questo, il giorno dopo non sa cosa fare». Il riferimento è alle contraddizioni di un campo largo che ha fatto dell’antimelonismo la sua cifra.

Mentre un tramonto aranciato investe il porto di Bari, la leader di Fdi elenca i risultati. E pone subito l’accento sulla stabilità che ha consentito all’Italia di togliersi l’etichetta di «malata d’Europa». Ora la nazione si è messa nella condizione di dire di «no». E non deve più «chiedere il permesso». Dalle prossime elezioni i cittadini dovranno scegliere «la coalizione, il candidato premier da proporre il capo dello Stato e il programma». L’argomento Politiche fa così l’ingresso dalla porta principale, in una giornata che sembra fare da preludio a un election day di Primavera.

C’è anche qualcosa da migliorare: «So benissimo che la discontinuità che gli italiani chiedevano ancora non si vede ma non pensate mai che ci manchino la volontà politica o il coraggio. Non è facile scardinare incrostazioni di potere che sono vecchi di decenni, convincere una nazione rassegnata che vale la pena tornare a crederci, fidatevi non è facile». Il ragionamento ha una conseguenza diretta: «Non ho mai mollato e non intendo farlo adesso». Nessuna chance per chi intendeva prendere premier e coalizione per «stanchezza». «Mettetevi comodi», ironizza, rivolgendosi al centrosinistra.

Il tema dei conti è centrale, perché averli in ordine significa poter avere «meno vincoli». È un atteggiamento diverso da chi ha «sperperato col superbonus», per pagarsi la campagna elettorale con i «soldi degli italiani». A Giuseppe Conte, che non è barese ma pugliese sì, saranno fischiate le orecchie. Ma il risultato di cui Giorgia Meloni va più fiera riguarda il lavoro: «Il precariato in questa nazione non è un destino. Non ci sono mai state tante donne che lavorano in Italia». Il centrodestra rivendica la sua radice «popolare» e strattona la sinistra che il popolo lo ha abbandonato da tempo.

«Abbiamo protetto i confini di questa nazione», insiste. Giorgia Meloni riceve una telefonata da Ginevra, la figlia, e l’intervento si interrompe per mezzo secondo. È la Giorgia familiare, madre, donna e italiana, che piace al popolo. La premier non accetta «lezioni» sui dublinanti: «La sinistra ne aveva accettati 30mila, questa è la differenza». La destra è stata etichettata come «estremista per anni» e adesso Bruxelles copia il modello Albania.

Poi il passaggio sull’Islam. In Italia «non esiste un pezzo di questa nazione dove valgono altre regole». E la «libertà delle donne non è negoziabile. Non esistono luoghi di culto che si sottraggono al controllo che valgono per tutti gli altri». Nessuna tolleranza, dunque, verso la propaganda terrorista e jihadista. Il femminicidio, poi, «esiste». È quando si uccide una donna che ha inteso «essere libera», questo nell’Europa cristiana non è consentito.

Meloni è un fiume in piena. E poi apre la campagna elettorale: «Quando c’erano loro il salario era minimo davvero, quando c’erano loro i banchi a rotelle arrivavano in orario». Quando la premier la chiama «l’opposizione più duratura della storia della Repubblica», il terminal 10 del porto di Bari non si tiene più. E le filippiche sull’antifascismo restano «l’arma di distrazione di massa» per antonomasia. Per la sinistra gli elettori di centrodestra sono «bifolchi», vivono nelle «palafitte» e hanno «la clava». Sono, insomma, una «puntata di Quark». La Meloni sorride e il suo popolo con lei. Risuona l’inno d’Italia. Lei, Giorgia, si dice onorata di aver servito la patria. Ma la storia d’amore tra questa premier e la nazione sembra lungi dall’essere finita.

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