Questa volta non cita espressamente la circolare di Sergio Mattarella, quando tra il 1989 e il 1990 fu ministro della Pubblica istruzione del sesto governo guidato da Giulio Andreotti, ma torna a ribadire che «il tema del tetto agli studenti stranieri in classe è stato posto da ogni governo e di ogni colore» da molti anni. Il Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al decreto scuola si è concluso da una manciata di minuti quando Giorgia Meloni si video-collega alla festa del quotidiano Il Tempo che si tiene proprio a una cinquantina di metri in linea d’aria da Palazzo Chigi. Tanto che mentre sui maxi-schermi dello splendido salone rinascimentale di Palazzo Wedekind rimbalza l’immagine della premier che rivendica la bontà di un provvedimento che tocca un tema «posto anche dal governo di Enrico Letta» (2013-2014) e «dall’ultimo esecutivo giallorosso a guida Giuseppe Conte» (2019-2021), dalla terrazza adiacente - che affaccia su piazza Colonna - si scorge Tommaso Foti che lascia la sede del governo diretto a piedi verso il suo ministero.
Intanto, Meloni insiste sul punto e replica al centrosinistra che «in questi giorni ha iniziato a postare foto di classi multiculturali e bambini stranieri, come se noi avessimo qualcosa contro di loro o volessimo cacciarli dalle scuole». «Un limite del 30% nelle classi per gli studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano, più strumenti per imparare la nostra lingua e stop a burqa e niqab a scuola», aggiunge, «sono strumenti di buonsenso che non dividono ma aiutano a integrare davvero, evitando classi-ghetto e dando a tutti gli studenti le stesse opportunità». E ancora: visto che «c’è anche un tema di sicurezza» e che norme perché si vada a scuola «a viso aperto» e non «a volto coperto» esistono «in diversi Paesi europei e anche in alcuni Paesi a maggioranza islamica», l’opposizione al provvedimento «è incomprensibile e per certi versi spaventosa».
L’opposizione, però, resta sulle barricate e la segretaria del Pd Elly Schlein parla di «caccia alle streghe sulla pelle dei più piccoli». L’accusa è di «inseguire» Roberto Vannacci, che - dicono i sondaggi rischia di essere una spina dolorosa per il centrodestra alle prossime elezioni. Sul punto Meloni dissimula una preoccupazione che sarebbe strano non ci fosse e spiega che a suo avviso i cittadini «hanno chiaro quale sia il voto utile». «È quello dice- che ti consente di avere una maggioranza compatta, un governo scelto dai cittadini, che abbia un programma chiaro, possa rispettare gli impegni presi e non sia ricattabile». Insomma, quello che possa garantire un bis di quel governo «dei patrioti» di cui ha bisogno l’Italia per continuare a «indicare la rotta» anche in Ue.
Non si sbilancia, invece, sulla data del voto, ormai da mesi oggetto di retroscena giornalistici che hanno battezzato come probabili praticamente tutti i mesi di qui a ottobre 2027, fatta esclusione per dicembre (il Natale non si tocca) e agosto (la spiaggia pure). In Consiglio dei ministri, invece, la premier fa un passaggio eloquente sull’imminente voto alla Camera sulla legge elettorale. Ministri e sottosegretari, dice, devono essere tutti in Aula, soprattutto su fiducie e voti segreti. Per i quali i partiti - a partire da Fdi - si stanno organizzando per monitorare le mosse dei deputati «a rischio». Se si va sotto, dice Meloni, le conseguenze sarebbero «inevitabili». Tradotto: dimissioni irrevocabili e richiesta a Mattarella di convocare le elezioni nel più breve tempo possibile, al più tardi dopo il via libera alla manovra, tra fine gennaio e febbraio. Un voto a cui il centrodestra arriverebbe dilaniato.
