La mancata uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione Ue è tanto rumore per nulla o quasi. Come hanno mostrato i mercati, il 23 settembre scorso, all’indomani della certificazione Istat che il deficit 2025 è rimasto sopra il 3% (3,08%) del Pil, soglia sotto la quale si esce dalla procedura, la questione è passata inosservata. Lo spread tra i rendimenti dei Btp e quelli dei Bund tedeschi non ne ha risentito, né lo ha fatto la Borsa. E’ la prova che non era quello un test sulla tenuta dei conti pubblici o sull’operato del governo italiano. Nessuna agenzia di rating ha commentato la notizia. Perché? Per il semplice motivo che la discesa del deficit sotto al 3% è attesa per l’anno prossimo, sui conti del 2026. E nessuno, al momento, ha messo in dubbio tale attesa. Certo, se l’obiettivo fosse stato raggiunto già adesso, sarebbe stato meglio e per il governo un successone. Ma non è andata così. Dopodiché, da qui a sostenere il fallimento dell’esecutivo ce ne corre. Sarebbe come se un’azienda che prevede di raddoppiare gli utili nel giro di due anni, si rammaricasse di non averlo fatto già il primo anno. Il problema, semmai, è quello di avere creato delle aspettative poi rivelatesi infondate. Ma è solo su questo errore di “comunicazione” che si può imputare qualcosa al governo o al Mef. Ogni altro attacco arrivato dalle opposizioni è palesemente strumentale. Infatti, nella realtà, cambia molto poco.
L’unico effetto concreto derivante dalla perdurante procedura d’infrazione è quello di non poter utilizzare la cosiddetta flessibilità di bilancio (14 miliardi di spese per energia e difesa da spalmare entro il 2028) senza conteggiarla nel deficit già da quest’anno: se fossimo fuori dalla procedura, potremmo spendere 14 miliardi in tre anni (per energia e difesa, non per altro) senza calcolarli nel deficit; finché restiamo in procedura, li possiamo spendere, ma rientrano nel calcolo del deficit, rendendo quindi più difficile – in quel caso – stare sotto al 3% nei tempi stabiliti. Ma era così anche prima del 22 settembre e, in ogni caso, quei miliardi sono comunque reali, e concorrono ad aumentare il debito: quindi da questo punto di vista non cambia nulla, è solo una questione contabile. Non solo, ma questo regime potrebbe cambiare già dalla prossima primavera, quando sulla base dei conti 2026 il deficit potrebbe essere finalmente finito sotto al 3%. A quel punto si recupererebbe anche il margine sulla flessibilità dei residui due anni. Nulla vieta al governo di non utilizzare la flessibilità nei prossimi tre mesi di quest’anno, per poi utilizzarla dal 2027. Quello che poteva cambiare era il poter rivendicare fin da ora e in anticipo sulla tabella di marcia, la fine dello stato di “osservato speciale”, che peraltro condividiamo con molti big europei, compresa la Francia. Un risultato politico, non finanziario. Ma tant’è. Tutto il resto è materia buona solo per la polemica pre-elettorale.
