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I giovani più influenti dell'arte italiana? Non influenzano...

L'elenco include nomi eccellenti, ma il vero problema è che abbiamo perso rilevanza

I giovani più influenti dell'arte italiana? Non influenzano...

All'inizio del mese è uscito il numero di Luglio-Agosto de Il Giornale dell'Arte, con in copertina lo strillo: "Top 50: gli under 40 più influenti dell'arte contemporanea globale". Fantastico, mi sono detto, finalmente una versione dedicata agli italiani della celebre Power 100 di ArtReview. Ho fatto una corsa in edicola, ho preso la rivista... e mi sono reso conto che di quei cinquanta nomi di presunti influenti italiani ne conoscevo sì e no una ventina. Gli altri, mai sentiti nominare. Colpa mia? Avrei dovuto guardarmi attorno con più attenzione? Poi mi sono confrontato con Luca Rossi, il collettivo critico noto per le sue affilate posizioni anticonformiste sull'arte italiana, e mi sono subito sentito meglio. "Si parla di italiani influenti ma in realtà non ne abbiamo mai sentito parlare" mi ha detto Luca Rossi "perché sono completamente non incidenti né per quanto riguarda le gallerie d'arte né per quanto riguarda gli artisti e tantomeno per coloro che lavorano nelle istituzioni".

Avrei dovuto aspettarmelo. Questo della irrilevanza (e si intende a livello mondiale) della scena italiana è un problema di cui Luca Rossi, ma del resto praticamente chiunque altro si occupi di arte in Italia, denuncia l'esistenza da quasi vent'anni. E questa durata del problema l'ha inevitabilmente portato ad aggravarsi, tanto che chi è giovane (categoria a cui si possono generosamente ascrivere anche i quasi quarantenni) ci è nato e cresciuto dentro, e ne ha sofferto tanto da rimanervi intrappolato, così da incidere sempre meno a livello mondiale.

Intanto facciamo qualche nome. I 12 artisti compresi nell'elenco sono Monia Ben Hamouda, Benni Bosetto, Ambra Castagnetti, Guglielmo Castelli, Giulia Cenci, Binta Diaw, Adji Dieye, Irene Fenara, Petrit Halilaj, Jem Perucchini, Edoardo Piermattei, Giangiacomo Rossetti. Questi, meno male, li avevo tutti già ben presenti, e d'altronde sono nomi di punta nella scena italiana. A parte Ambra Castagnetti, che pratica l'arte più immateriale (performance), e Irene Fenara (che persegue una poetica liminale a base di frame da telecamere di sorveglianza), gli altri sono artisti che lavorano con pittura, arti plastiche, fotografia, forme cioè facili da vendere e collezionare. La qualità non si discute, sono artisti premiati, rappresentati da gallerie di prestigio, sono nei musei, eppure... Eppure se guardiamo al mercato secondario, cioè le aste, che sono il vero metro per misurare la rilevanza di un artista, l'unico che abbia un solido score internazionale è Guglielmo Castelli, eccellente pittore figurativo aggiudicato più volte, e a cifre anche superiori al centinaio di migliaia di euro, da Sotheby's, Christie's, Phillips. Gli altri in asta semplicemente non ci sono mai andati, per lo meno al momento (i migliori auguri per un futuro di successo).

Dei restanti 38 nomi, la più parte (11) sono curatori, sia come figure indipendenti, sia all'interno di fondazioni ed enti pubblici. Ecco, a voler essere meno corrosivi di Luca Rossi, forse sta proprio qui la ragione della scarsa notorietà, perché questo è un lavoro che si fa con discrezione, dietro le quinte. Come è il caso, per fare qualche esempio, di Chiara Agradi (curatrice presso la Fondation Cartier pour l'art contemporain), di Michele Bertolino (attualmente adjunt curator al Centro Pecci di Prato) o di Bernardo Follini (senior curator della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo). Che poi i curatori-star italiani in realtà esistono, vedi Francesco Bonami e Massimiliano Gioni, tanto per dirne due, ma guarda caso hanno settanta e cinquantatré anni, cioè sono emersi prima che ci immergessimo nella palude di stagnazione che negli ultimi vent'anni ha fatto precipitare la capacità di incidere a livello internazionale dell'arte italiana.

Forse più che dei 50 più influenti under 40, la rassegna (che non è una classifica, ma un elenco alfabetico) de Il Giornale dell'Arte andrebbe letta come una panoramica su chi, da italiano, o da artista/addetto/esperto formato in Italia, ha il talento, il curriculum e la posizione che gli consentono di avere una reale possibilità di farcela e diventare, prima o poi, una star internazionale. Se ci mettiamo l'anima in pace su questo, allora ci sono altri aspetti nell'elenco che vale la pena esaminare, perché fotografano una situazione che ha delle criticità. Uno è che nei Top 50 c'è solo una manciata di gallerie/galleristi puri, cioè che portano avanti un proprio progetto e non sono invece collaboratori interni a gallerie internazionali affermate e strutturate. Tommaso Calabro è forse il più noto, anche se solo pochi mesi fa è arrivata la doccia fredda dell'annunciata chiusura dei suoi spazi a Venezia e Milano. Un altro bel nome è Una, galleria di provincia (la sede è a Piacenza), che vanta un roster di giovani artisti emergenti, soprattutto stranieri. E va ricordata anche Amanita, o per meglio dire il suo co-fondatore Caio Twombly, galleria con un respiro già internazionale, con sedi a Firenze, Roma, New York. Ma in tutto ho contato solo sette nomi in questa tipologia, e sono davvero pochi, se ci ricordiamo che oggi sono le gallerie importanti a portarsi dietro i collezionisti, dunque a fare il mercato, dunque a tracciare le tendenze, e dunque ancora a segnare il destino e la direzione dell'arte contemporanea. A proposito, quanti collezionisti ci sono nei Top 50? L'unico che si può espungere come collezionista puro è Andrea Maffioli, classe 1990, a testimonianza che il collezionismo di alto profilo in Italia non è tra le passioni predilette dagli high-spending delle nuove generazioni. Infine la critica. Era lei che una volta faceva le tendenze, che a loro volta creavano il mercato. Achille Bonito Oliva, Germano Celant, avete presente? Ebbene, nella Top 50 c'è un solo critico.

Si tratta di Addio, in realtà un progetto collettivo di critica militante, che "rifugge il dogmatismo, la descrizione come fine, la mancata presa di posizione". Ecco, forse è da qui che si dovrebbe ripartire. Da una critica che fa, dice, e prende posizione, scovando le tendenze e promuovendole. Prima in Italia e poi nel mondo.

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