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Arte e Storia

Il vero Ulisse? Cercava Itaca ma non un’isola

Nolan nel suo film trasforma l’eroe in un eroe da botteghino. Gli storici invece ci regalano nuove verità

Nel Mediterraneo nuota il futuro della nuova Europa
Ulisse tentato dal canto delle Sirene in un quadro di Herber James Draper

«Omero era la Marvel del suo tempo». Ci voleva Christopher Nolan e, dietro di lui, il provincialismo di Hollywood per spiegare che 3mila anni di epica occidentale costituivano una lunga preparazione al franchise. Nell’intervista concessa al Late Show with Stephen Colbert, ripresa da Variety il 4 maggio 2026, il regista crede di nobilitare il cinema commerciale convocando Omero, ma finisce per ridurre Omero alle categorie della propria industria. Mentre Hollywood comprime Omero nel formato standardizzato del blockbuster globale, malgrado le ciclopiche dimensioni dell’IMAX, le scoperte più recenti lo fanno esplodere in ogni direzione, restituendogli quella performatività plurale, corporea e rituale che il cinema imperial-industriale scimmiotta senza rendersene conto.

Una scoperta folgorante arriva da Ossirinco, l’antica città egiziana dalle cui sabbie riemergono da oltre un secolo pagine perdute della letteratura greca. Quasi duemila anni fa qualcuno affidò a un defunto alcuni versi del «Catalogo delle navi», la grandiosa rassegna del secondo libro dell’Iliade nella quale Omero enumera città, condottieri e contingenti achei diretti a Troia. Un testo di guerra entrava così, materialmente, in un viaggio verso l’aldilà. Durante la campagna condotta fra novembre e dicembre 2025 nella Necropoli Alta, la missione archeologica dell’Università di Barcellona rinvenne nella tomba 65 del settore 22, sopra una mummia di età romana, un papiro frammentario. Le analisi vi hanno riconosciuto versi del secondo libro dell’Iliade. Il plico era stato deposto sul corpo durante le ultime fasi dell’imbalsamazione.

Il 9 giugno 2025 il Ministero greco della Cultura ha annunciato l’identificazione, ad Agios Athanasios nell’odierna Itaca, dell’Odysseion, il santuario di Odisseo già ricordato da un decreto degli Itacesi del 208-207 a.C. Fra i reperti compaiono tegole e frammenti iscritti con il nome dell’eroe, offerte votive e oltre cento monete provenienti da città diverse, indizio

di una frequentazione che superava l’orizzonte locale. Odisseo, dunque, non abitava soltanto i versi. Secoli dopo continuava a ricevere offerte, richiamare pellegrini, occupare uno spazio nella vita religiosa dell’isola.

Proprio mentre l’archeologia restituisce consistenza materiale al suo culto, un’ipotesi filologico-geologica riapre la questione della patria dell’eroe e la sposta qualche miglio più a occidente. Il 4 luglio James Diggle, classicista di Cambridge, e John Underhill, geologo di Aberdeen, hanno rilanciato su Antigone una tesi capace di guastare l’umore alle guide turistiche. L’Itaca descritta da Omero coinciderebbe con Paliki, la penisola occidentale di Cefalonia. L’idea risale a Odysseus Unbound, pubblicato nel 2005 da Robert Bittlestone, e resta discussa, ma vent’anni di indagini ne hanno modificato profondamente le basi geologiche. La prima ricostruzione immaginava Paliki come un’isola dell’età del bronzo, separata da Cefalonia mediante un canale poi cancellato da terremoti e frane. Carotaggi, rilievi geofisici e analisi geomorfologiche hanno restituito invece un istmo percorso da corsi d’acqua e zone paludose, non uno stretto marino. Anche le parole di Omero entrano nell’indagine. Il poeta usa frequentemente nêsos, «isola», per le terre circostanti, mentre Itaca appare come gaîa, «terra», patrìs gaîa, «terra paterna», oppure dêmos, «territorio». Una distinzione difficilmente liquidabile come necessità metrica, dal momento che nêsos potrebbe occupare nell’esametro lo stesso spazio di dêmos. Nel tredicesimo libro, quando la nave dei Feaci si avvicina alla patria di Odisseo, il porto di Forco viene infatti situato «nel territorio di Itaca». Anche la topografia gioca la sua partita. Paliki si protende verso occidente ed è bassa; l’attuale Ithaki è montuosa e si trova più a est. Non una soluzione definitiva, dunque, ma abbastanza per ricordare che persino la geografia omerica continua a muoversi.

Pochi giorni dopo, il 17 luglio, il Canadian Institute in Greece ha reso noti nuovi risultati degli scavi nell’antica Eleone, quattordici chilometri a est di Tebe. Fra i reperti figurano due frammenti

di zanna di cinghiale. Uno presenta piccoli fori che sembrano destinati al fissaggio su un supporto, proprio come accadeva nelle placche con cui i Micenei rivestivano gli elmi di cuoio. Nel decimo libro dell’Iliade, prima della sortita notturna nel campo troiano, Merione presta a Odisseo un elmo di pelle guarnito con zanne di cinghiale. L’oggetto proveniva dalla casa di Amintore, a Eleone, dove Autolico, nonno dell’eroe, lo aveva rubato. Due frammenti, naturalmente, non fanno un elmo; bastano però a rendere sorprendente la convergenza fra il luogo nominato dal poema, la tecnica descritta e la cultura materiale riportata alla luce dagli scavi. Affiora così, dietro l’elaborazione poetica, un deposito stratificato di oggetti, pratiche e memorie che affondano nel mondo miceneo.

Dalla Grecia il viaggio conduce fino ai confini settentrionali dell’Impero romano. Nel 2020, sotto un campo presso Ketton, nel Rutland, è affiorato il mosaico che ornava una ricca villa tardo-romana. Le immagini rappresentano tre momenti della vicenda di Achille ed Ettore, il duello, il trascinamento del cadavere e il riscatto concesso a Priamo. A prima vista sembravano una traduzione figurativa dell’Iliade. Lo studio pubblicato online il 3 dicembre 2025 su Britannia ha riconosciuto invece una tradizione molto più rara. I due eroi combattono sui carri e, nella scena conclusiva, il corpo di Ettore viene pesato contro l’oro offerto da Priamo. Non è l’Omero che conosciamo. La variante risale ai Frigi, tragedia perduta di Eschilo nella quale il riscatto del cadavere avveniva appunto attraverso una pesatura. Sul pavimento di una villa della Britannia del IV secolo sopravvive così l’eco di una guerra di Troia diversa da quella fissata nell’Iliade, ulteriore prova che il mito antico circolava attraverso racconti concorrenti, contaminazioni, riscritture e immagini. Nessuna versione riusciva a chiuderlo una volta per tutte.

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