I numeri danno ragione a Berlusconi

Roma Se uno legge articoli e commenti sui giornali oppure studia le mosse di certi politici, ha l’impressione che in ballo ci sia la sopravvivenza del governo e che dietro le quinte dell’affare Boffo si stiano già scaldando i muscoli i successori del premier. Se invece si scorrono le percentuali dei sondaggi - nella fattispecie quelle al di sopra di ogni sospetto di parzialità pubblicate dal Corriere della Sera - si scopre che la valanga della politica del gossip e la vicenda che ha investito il direttore di Avvenire, non hanno nemmeno scalfito le intenzioni di voto. Nemmeno quelle dei cattolici praticanti. C’è un disagio, spiega Renato Mannheimer, ma per il momento, «non pare essersi manifestato con mutamenti di voto né tantomeno di schieramento». Ce n’è anche per Silvio Berlusconi, ma non nella direzione che si penserebbe. La popolarità del presidente del Consiglio tra i cattolici praticanti, tra l’aprile 2009 e oggi, è calata di soli 5 punti percentuali, passando dal 55 al 50 per cento. Un impatto «contenuto», riconosce il sociologo. Una perdita inferiore ai cali fisiologici di fine luna di miele, verrebbe da pensare, e comunque un consenso pari alla maggioranza assoluta proprio in quella classe di elettori che sarebbe stata colpita direttamente dal caso Boffo. Insomma, i cattolici sembrano ancora apprezzare il centrodestra. Sempre secondo il sondaggio pubblicato ieri, si riconoscono nella Chiesa, con una popolarità che è in aumento dall’83 per cento dell’aprile 2009 all’85 per cento di oggi. E il Popolo della libertà resta il partito che ne raccoglie di più: il 29 per cento dei voti dei praticanti, contro il 13 del Partito democratico. Certo, gli indecisi sono molti (25 per cento più un altro 12 per cento che non indica nessuna preferenza), ma il primato del centrodestra nel mondo cattolico è indubbio. Il partito con la maggioranza di elettori cattolici, dopo La destra, è chiaramente l’Udc, con il 57 per cento. Ma subito dopo ci sono il Pdl con il 42 per cento di cattolici e la Lega Nord che ne conta il 40 per cento. Nel Pd i cattolici sono un terzo esatto, ancora di meno nell’Italia dei valori con il 26 per cento.
Una roccaforte difficilmente espugnabile, sembra di capire dai numeri di Mannheimer. Eppure anche ieri a sinistra c’era chi ragionava in altro modo. «Il dibattito pubblico è inquietante, ci troviamo però in una situazione in cui il presidente del Consiglio è all’apice del suo potere e contemporaneamente all’inizio del suo declino. C’è una vicenda torbida che tra cortigiane, vendette, tradimenti e giornalisti-sicari rimanda agli ultimi giorni dell’Impero Romano d’Oriente e mentre succede tutto questo il Paese è senza una guida e il governo non fa nulla», spiegava Massimo D’Alema. Normale posizionamento di un leader dell’opposizione, verrebbe da dire. Ma poi ci sono le analisi degli organi di informazione. Come Repubblica che dava conto di un asse Casini-Fini per il dopo Berlusconi e dei malumori cattolici nel Pdl. Tutti segnali, insieme alle proteste delle organizzazioni cattoliche, che secondo la vulgata stanno conducendo i rapporti tra cattolici e premier a un punto di non ritorno. E che, invece, a leggere il sondaggio, non sembrano avere avuto effetto. Tra i cattolici, spiega Mannheimer, un «disagio» c’è, dopo il bombardamento del gossip politico e gli altri eventi. Ma non si è tradotto in un cambiamento delle intenzioni di voto. Il premier perde 5 punti, ma la sua popolarità tra i cattolici è ancora maggiore rispetto a quella che registra nei settori più laici della società. Tutto merito del Cavaliere? Forse no. Bisogna tenere conto, spiega il ricercatore, «della persistente mancanza di attrattiva dell’opposizione». Ma questo argomento nelle analisi di Repubblica, ultima versione, non trova spazio.