Il carrozzone delle partecipate «brucia» 26 miliardi all'anno

RomaCome sopravvivere alla spending review e continuare a sprecare i soldi dei contribuenti. È questo, in materia di società a partecipazione pubblica, il senso della requisitoria del procuratore generale della Corte dei conti, Salvatore Nottola, pronunciata in occasione del giudizio di parifica sul rendiconto 2013 dello Stato.
L'ultima rilevazione della magistratura contabile ha evidenziato 50 società partecipate dallo Stato e ben 5.258 in capo agli enti locali. A queste ultime bisogna aggiungere 2.214 organismi di varia natura come consorzi, fondazioni e compagnia bella. Insomma, 7.500 società continuano a orbitare attorno alla politica. L'anno scorso i ministeri hanno «sganciato» a vario titolo circa 25,9 miliardi alle loro controllate (26,1 miliardi nel 2012), anche se il peso sul conto economico è stato di 574,9 milioni (844,6 milioni). La differenza tra le due grandezze è data dalla tendenza a costituire scatole cinesi. Le partecipate dallo Stato, infatti, «partecipano» a loro volta altre 526 società «di secondo livello». «Gli aspetti contabili sono spesso oscuri», ha chiosato il procuratore generale.
Nottola ha glissato sulla giungla degli enti locali ricordando che un terzo delle loro controllate è in perdita. Troppo lungo l'elenco per poter fornire dettagli in un contesto fortemente «generalista» come quello del giudizio di parifica.
Per recuperare una fotografia realistica bisogna riferirsi alla Relazione sugli organismi partecipati dagli enti territoriali, pubblicata dalla Corte dei conti a inizio giugno. I dati si riferiscono ai bilanci 2012 (gli ultimi disponibili) di 4.264 società e dipingono un quadro al cui confronto L'urlo di Munch è un inno alla gioia. Regioni, Province e Comuni hanno erogato 8,5 miliardi alle partecipate dei quali 4,4 miliardi per contratti di servizio (trasporto pubblico, nettezza urbana, eccetera) e 4,1 miliardi per altri interventi. A fronte di questi trasferimenti, sono stati conseguiti profitti complessivi per un miliardo (2,2 miliardi gli utili e 1,2 miliardi il monte delle perdite). Ne consegue che senza quelle entrate «speciali» la quasi totalità non si reggerebbe in piedi. Le società al 100% pubbliche hanno ottenuto 350 milioni di utili e 506 milioni di perdite.
Uno dei principali motivi di inefficienza è il costo del lavoro. Se l'ente locale è azionista unico, gli stipendi si «mangiano» il 37% dei ricavi, a fronte di una media del 30 per cento. La spiegazione è semplice: una società per azioni, in quanto ente di diritto privato, non è costretto a sottostare ai dettami del Patto di stabilità interno e quindi diventa il veicolo privilegiato per le assunzioni clientelari. Non è un caso che in Liguria, Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna il costo del personale delle società a totale partecipazione rappresenta oltre il 50% del valore della produzione.
Ultimo ma non meno importante: questi organismi sono seduti su una montagna di 65 miliardi di debiti, per la maggior parte verso terzi (visto che solo 6 miliardi fanno riferimento alle controllanti). Renzi ci ha messo una toppa: il decreto Irpef, tra una stangata e l'altra, ha «sbloccato» 2 miliardi da destinare agli enti locali in modo che saldino le pendenze con le controllate che, a loro volta, devono pagare i loro creditori.
Un circolo vizioso che non sembra avere mai fine. Il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, a breve dovrebbe pubblicare la propria «ricetta» anti-sprechi. Ma nel frattempo le società per azioni della «casta» stanno continuando a bruciare risorse pubbliche e a elargire posti di lavoro inutili.

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