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Da cosa si misura una democrazia

Quando si diffonde il sospetto che la macchina osservi con più severità chi reagisce che chi aggredisce, nasce qualcosa di peggiore della criminalità: la sfiducia

Da cosa si misura una democrazia
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C' è un video che in questi giorni ha fatto trentadue milioni di visualizzazioni, e non l'ha girato un partito, non l'ha commissionato un giornale, non c'è dietro nessuna regia se non quella, infallibile, della realtà. Due fotografie affiancate. Nella prima il rapinatore superstite della gioielleria di Grinzane Cavour: quattro anni e dieci mesi patteggiati, oggi in Liguria, al mare, a prendere il sole. Nella seconda Mario Roggero, l'orefice: quattordici anni e nove mesi, il carcere, e per soprammercato la richiesta di tre milioni e tre di risarcimento alle famiglie dei rapinatori. Milioni di italiani hanno guardato quelle due immagini e hanno capito tutto senza bisogno di sottotitoli, perché certe aritmetiche non richiedono la laurea, basta il pallottoliere.

So già cosa obietterà il giurista, e sul piano tecnico ha pure ragione: la Cassazione non ha condannato Roggero per essersi difeso, ma per aver inseguito e colpito i rapinatori quando il pericolo era cessato. Prendo atto, non sono un avvocato e me ne consolo ogni mattina. Osservo soltanto che pochi minuti prima quell'uomo e la sua famiglia avevano le canne delle pistole addosso, ed era la seconda volta, e la scienza spiega che in quei momenti il corpo entra in assetto di guerra, tachicardia, tunnel visivo, un fiume di adrenalina che non si riassorbe col fischio dell'arbitro. Il diritto pretende che la paura rientri nei ranghi in pochi secondi, come un impiegato alla fine della pausa caffè. La carne, testarda, ha tempi suoi. E comunque il punto non è rifare il processo, né impiccare rapinatori già morti: le sentenze si rispettano, e il problema non sono nemmeno i criminali, che fanno il loro sporco mestiere da che mondo è mondo. Il problema è il sistema. Perché chiedere a chi è stato aggredito di risarcire le famiglie degli aggressori è come pretendere che l'Ucraina rifonda i danni alla Russia: un mondo capovolto in cui la vittima paga il conto del carnefice.

E mentre il Paese guardava quel video, a Montecitorio si stappava. La maggioranza era inciampata sulla legge elettorale e l'opposizione festeggiava: applausi, risate, pacche sulle spalle. Elly Schlein pareva convinta di aver intercettato il sentimento profondo della nazione. Peccato che la nazione stesse da un'altra parte. Entrate in un bar, in una bottega, in una parrocchia, e chiedete quale sia il primo problema dell'Italia: nessuno vi risponderà «le preferenze», nessuno pronuncerà la parola «collegi». Vi parleranno della sera, delle baby gang, delle saracinesche, della sensazione che lo Stato abbia lentamente smesso di proteggere chi rispetta la legge. A questo punto arriva il professore di turno, alza il ditino e recita che i dati dicono altro, che gli omicidi calano, che l'Italia è tra i Paesi più sicuri d'Europa. Può darsi. Ma il cittadino non abita dentro un grafico dell'Istat: abita sul pianerottolo, attraversa il parcheggio al buio, alza la serranda alle sette del mattino e chiude la cassa la sera domandandosi chi entrerà per ultimo. La sicurezza non è una media statistica, è la certezza che, se ti assalgono, lo Stato starà dalla tua parte e non dalla parte di chi presenta la parcella.

Intendiamoci: la legge elettorale non è il demonio, è un cacciavite. Serve, e va fatta, per garantire a chi vince di governare cinque anni senza ricatti. Ma un cacciavite si giudica dal mobile che monta. Governare per fare cosa? Per rispondere alle tre domande che gli italiani ripetono e che nessuna formula elettorale contiene: posso vivere tranquillo, posso lavorare tranquillo, posso difendere la mia famiglia senza diventare io il sospetto? Su questo, non sui collegi, si giocheranno le prossime elezioni, e su questo il governo Meloni ha il dovere di misurarsi da oggi: prendere lo strumento e usarlo per rimettere lo Stato dalla parte delle persone perbene. La sinistra fa l'esatto contrario, si ubriaca del mezzo e dimentica il fine, esulta per un incidente di procedura mentre milioni di italiani pongono la domanda più antica del contratto sociale.

Uno Stato, infatti, vive finché i cittadini credono che nel momento decisivo saprà distinguere il bene dal male. Quando si diffonde il sospetto che la macchina osservi con più severità chi reagisce che chi aggredisce, nasce qualcosa di peggiore della criminalità: la sfiducia. Ed è quella la vera insicurezza.

Una democrazia non si misura soltanto da come organizza il voto, ma da come protegge gli innocenti. Se fallisce lì, tutte le riforme elettorali del mondo valgono meno della serratura di una porta di casa. E gli italiani, che non sono scemi, la serratura hanno già cominciato a cambiarla da soli.

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