Ranucci sapeva chi fossero gli investitori dietro il documentario della sua giornalista Giulia Innocenzi finanziato anche da privati attivi nel settore del vegano?
Una domanda a cui sarebbe necessario che il conduttore rispondesse dopo che ha deciso di acquistare con i soldi della Rai il docufilm dal titolo «Food for profit». Questo perché, come si evince dal codice etico della tv pubblica «l’informazione deve essere improntata ai principi di trasparenza, indipendenza, obiettività, completezza, chiarezza, correttezza e tempestività». Ma gli oltre due milioni di telespettatori che hanno visto la puntata, trasmessa anche in replica e poi resa disponibile su RaiPlay, sapevano che dietro l’inchiesta c’erano 350mila euro di fondi raccolti in modo indipendente dalla Innocenzi, tra cui spiccano i 5mila euro donati dall’imprenditore olandese, Van Deurse, fondatore di Capital V, una società che investe sul cibo vegano? Ma c’è di più perché, andando sul sito di «Food for profit» ci sono tre metodi per sostenere «le inchieste». Di quali si tratta? Delle
stesse trasmesse da Report? Innocenzi, che è ora parte della squadra di Ranucci come inviata, risulta però al contempo la titolare della raccolta fondi rinvenibile sulla piattaforma «Gofoundme» che ha raggiunto la modica cifra di 78mila 119 euro.
A corredo della campagna, nell’aggiornamento fornito dalla giornalista il 23 giugno del 2025, si legge che «grazie anche a questa raccolta fondi siamo riusciti a realizzare delle inchieste choc che hanno scoperchiato allevamenti e macelli in Italia e non solo. Abbiamo mostrato a milioni di telespettatori le tante irregolarità degli abbattimenti per peste suina africana in Rai, nella trasmissione Report». In che modo quei fondi raccolti sono collegati alla trasmissione di Ranucci? E la Rai, così come il conduttore Ranucci, sono a conoscenza del fatto che la «Food for Profit» abbia attivato sul proprio sito la raccolta fondi anche tramite il 5x1000? La campagna recita: «Con il 5x1000 ci aiuti a smascherare la lobby della carne». Poi un secondo metodo: «Fai una donazione per aiutarci con le nostre inchieste e sostieni il nostro lavoro. Ogni aiuto è prezioso!», scrivono sopra il link che rimanda alla piattaforma «Gofoundme». E un terzo ancora: «Vuoi darci una mano a finanziare
le future inchieste? Compra la maglietta (25 euro l’una ndr) di Food for profit!», con sotto il richiamo al link di un negozio online («Innioranza») che ha in vendita anche altri gadget. Per dare quantomeno una nota di colore basta pensare all’intimo femminile con la bandiera della falce e del martello (de gustibus), a Super Mario in versione «potere operaio», o alla maglietta con la scritta «No al no alla droga». Insomma, tutti contenuti in linea con i messaggi del servizio pubblico. Va però sottolineato che, per quanto riguarda la messa in onda del docufilm, è stata Report a decidere di acquistare il prodotto in modo autonomo, poiché ogni redazione sceglie i propri contenuti (che devono rispettare il codice etico e il contratto di servizio). E l’azienda non può in alcun modo interferire con questo tipo di scelta. Alla luce dei nuovi elementi sarebbe però interessante comprendere se verranno attivate delle verifiche per far luce su come sia regolamentato il giro di donazioni che da «Food for profit» arrivano a Report e, quindi, in Rai.
