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Interni

E la sinistra giocava a minimizzare

Tornano in mente le redazioni torinesi della Stampa e di Repubblica, che da lustri confinano e occultano nelle pagine locali articoletti reticenti senza nomi e senza clamore, con cronisti che li trovi alle feste della stessa Askatasuna

Scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, Torino 31 gennaio 2026 ANSA/Alessandro Di Marco Clashes between protesters and police during the march against the eviction of the Askatasuna social center, Turin, January 31, 2026 ANSA/Alessandro Di Marco

Sì, però non dimentichiamoc i la zona grigia o se volete nera-black bloc, comunque oscura, non solo quindi i politici fiancheggiatori, ma anche i giornalisti o gli intellettualini o comunque i banalizzatori di poliziotti martellati in testa. Torna in mente la prosa sul celerino colpito con un «martelletto» descritto dalla cronista del manifesto Rita Rapisardi, che di passaggio era una pro Pal militante e aveva il volantino di Askatasuna sul profilo Facebook. Torna anche l’Internazionale che inventava il reportage col diminutivo: anche ß«martelletto» e gli autori di lanci e incendi che erano solo «un piccolo gruppo di manifestanti», e le barricate «piccole barricate». Tornano in mente i casi clinici come Flavia Gaudiano, consigliera comunale di Rivalta che sbeffeggiava gli agenti: «Entri che ti hanno pestato a sangue, e dopo qualche ora esci senza un graffio... vi trovo bene per aver subito un tentato omicidio». E ancora l’allucinato Tomaso Montanari secondo il quale «a mettere a rischio l’Italia non è Askatasuna, ma che uno come Salvini sia ministro», incolpando poi la sinistra istituzionale perché si era avvicinata troppo poco ai centri sociali. Tornano in mente le redazioni torinesi della Stampa e di Repubblica, che da lustri confinano e occultano nelle pagine locali articoletti reticenti senza nomi e senza clamore, con cronisti che li trovi alle feste della stessa Askatasuna di cui devono scrivere, cronisti della Stampa che si scagliano contro il Viminale e sono fratelli di arrestati per gli attentati ai cantieri, leader No Tav che sono figli di fondatori di Magistratura Democratica, la pretesa che a Torino la premier Meloni solidarizzasse anche coi manganellati e anzi «si scusasse a nome del governo», come chiese Ilaria Cucchi di Avs. Il catalogo è questo, anzi no, sarebbe molto più lungo.


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