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Interni

Il partito del pareggio. Cespugli e vecchi big a caccia di un ruolo

Oggi il lancio di “Più uno”. E un voto senza vincitori rimetterebbe riformisti e “riserve della Repubblica” al centro dei giochi

Franco Gabrielli Ernesto Ruffini

C’è un partito trasversale all’interno del centrosinistra che tifa per il pareggio ma non lo dice esplicitamente. Un partito che all’indomani del voto vorrebbe recitare la parte del playmaker nel caso in cui non ci fosse una maggioranza o di centrodestra o di centrosinistra.

Ed è un partito, ribattezzato PdP - la sigla suona bene al punto che giovedì alla Camera qualcuno scherzosamente si vantava di farne parte - dentro cui convergono i riformisti del Pd, aspiranti riserve delle repubblica come Paolo Gentiloni, più i vari cespugli centristi che rimandano alla coppia Ruffini-Gabrielli, all’ex popolare Beppe Fioroni, all’ex grillino di rito margheritino Vincenzo Spadafora fino a Giuseppe De Mita e forse anche all’ex capo dell’Udeur Clemente Mastella. Il primo comandamento di questo partito è fin troppo semplice: a oggi le due coalizioni sono sul filo del 42%, di conseguenza è molto probabile che alla fine nessuno delle due vinca.

Sono gli stessi che frenano sulle primarie, che in queste ore sognano un federatore più inclusivo e meno radicale, che dunque auspicano il passo indietro di Elly Schlein e Giuseppe Conte, e che tifano per il ritorno di una Margherita 3.0 che possa flirtare con il Partito Democratico ma anche con l’ala moderata del centrodestra che riporta a Forza Italia. Fra i pareggisti non dichiarati che di certo troverebbero spazio in caso di X, ci sono certamente Franco Gabrielli ed Ernesto Maria Ruffini. Due personalità di primo piano della storia attuale di questo paese: Gabrielli nato e cresciuto nella Democrazia cristiana, è stato tutto: capo della polizia, capo della protezione civile, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi del governo Draghi. Ruffini è figlio d’arte, il padre Attilio è stato ministro e protagonista di Piazza del Gesù, nonché nipote del cardinale e arcivescovo di Palermo, ma è stato soprattutto negli ultimi anni a capo dell’Agenzia delle entrate. Ribattezzati da il Foglio «lo sbirro e l’esattore», oggi alle colonne dell’Eur presenteranno il nuovo partito Più Uno che ambisce a fare da gamba centrista alla coalizione progressista. Entrambi sono due profili che del moderatismo hanno fatto una cifra e che di sicuro verrebbero presi in considerazione nel caso in cui dovesse formarsi una maggioranza trasversale in caso di pareggio e potrebbero ritagliarsi un ruolo all’interno dell’esecutivo del pareggio: Gabrielli all’Interno e Ruffini all’Economia. Non a caso quest’ultimo ha già mutato postura rispetto alla patrimoniale che tanto scalda gli animi di Bonelli e Fratoianni: «Sono contrario. Le tasse sono già troppe volte e sono mal spese. Il problema non è mettere una tassa in più, né trovare altre risorse. Dal 2015 sono stati raccolti più di 270 miliardi di evasione, ma i cittadini non hanno compreso a cosa siano serviti». I pareggisti sognano una piattaforma programmatica su pochi punti da scrivere all’indomani della chiusura dei seggi quando verrà stabilito che nessuno avrà vinto. Un ritorno al passato quando prima del 1994 le maggioranze nascevano in Parlamento e spadroneggiava sempre la vecchia Democrazia cristiana. Dal cui mazzo poi usciva il nome del presidente del Consiglio. È il motivo per cui il pareggio farebbe riprendere quota a chi come, ad esempio, Paolo Gentiloni, è stato già premier e commissario europeo e oggi si è ritagliato il ruolo di riserva della repubblica. O ad altre figure di questo tenore. Con un requisito ben definito: un occhio all’Europa e l’altro al Quirinale.