«Giuseppi, aiutami a fermare le sanzioni alla Russia almeno durante la pandemia». Non sappiamo esattamente cosa si siano detti Giuseppe Conte e Vladimir Putin durante l’emergenza Covid, ma la sostanza è questa. Dietro la nascita della missione From Russia with love arrivata a Pratica di Mare (base dell’Aeronautica e sede Nato) il 23 marzo 2020 si intrecciano molto probabilmente i tentativi di un pezzo di Europa filorussa per allentare la morsa economica contro Mosca. C’era un clima nuovo dopo l’elezione di Volodymir Zelenski a metà 2019 in mezzo al pantano Donbass. Conte si era esposto e peraltro era in buona compagnia: il presidente ceco Milos Zeman, il suo premier Andrei Babis ma anche il presidente cipriota Nicos Anastasiades e (in parte) l’allora ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel speravano di congelarle in cambio dello stop al conflitto.
In commissione Covid Conte ha rivelato che la prima telefonata tra Palazzo Chigi e il Cremlino per la missione sanitario-militare sarebbe avvenuta prima del 21 marzo 2020. Quando esattamente? Secondo gli articoli del tempo l’interlocuzione ufficiale sarebbe partita proprio quel giorno tra l’allora ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Pd) e l’omologo russo Sergej Shoygu. Il Copasir ha già scandagliato la missione, i verbali sono secretati. Chissà che la commissione Covid non richieda di acquisirli, ora che a guidarla è proprio Guerini. «È stato un momento oscuro della nostra democrazia», aveva detto persino Sifgrido Ranucci quando Report se ne era occupata nell’aprile del 2022. Che ci siano segreti inconfessabili lo ammette l’ex console russo a Milano Alexei Paramonov, che ha minacciato più volte di volerli rivelare.
Sappiamo che Conte preferì fare accordi con Mosca (e Pechino) alla corsia Nato, che ci ha strigliato. Ma dove era diretta la missione? A quanto risulta al Giornale, in origine le cosiddette «Brigate russe» dovevano finire a Sondalo (Sondrio). In Valtellina, a 1.000 metri di quota c’è il Villaggio Eugenio Morelli, l’ex sanatorio nato nel 1940 su ordine di Benito Mussolini per sconfiggere la tubercolosi, una piaga peggiore della guerra. Da Sandalo finirono a Bergamo, agli ordini del generale Sergey Kikot, vicecomandante del reparto di Difesa chimica e batteriologica collegato con il Gru, i servizi segreti da cui viene Putin. A fare cosa fino al 9 aprile? Quali segreti sanitari facevano loro gola? «Dalle audizioni in commissione i sindaci della zona ci dissero che il loro lavoro fu inutile se non dannoso», ricorda la parlamentare di Azione Federica Onori, ex grillina. L’ospedale da campo realizzato da loro entrò in funzione dopo molti giorni, «la sanificazione esterna che chiesero di fare in una struttura ospedaliera era addirittura sconsigliata», ricorda la parlamentare. Insomma, benefici per la popolazione pochi, «lo dicono anche i sindaci della Bergamasca, nessuno aveva parlato con loro», ribadisce la ex grillina. I russi tornarono a casa con il Dna di due russi contagiati a Bergamo e con l’accordo con lo Spallanzani e l’istituto Gamaleya per il vaccino Sputnik V da sperimentare in Italia, ma l’Ema non l’ha mai autorizzato. «I russi hanno avuto accesso a strutture sanitare, cosa che neanche la Cina ha permesso loro di fare», sottolinea la deputata di Azione. Nicola Petrosillo, il luminare che allo Spallanzani curò i primi due cinesi infetti a Roma si dimise a sorpresa subito il protocollo. «Hanno avuto accesso a dati Nato?», aveva chiesto proprio la Onori. «Non che io sappia, si sarebbe dovuti passare da un comitato etico». Eppure tre medici (Inna Vadimovna Dolzhikova, Daria Andreevna Egorova e Anna Sleksieyevna Iliukhina) hanno lavorato lì dal 4 al 27 giugno 2021 con «scambio di informazioni e materiali biologici».
