Dopo l’11 settembre, otto anni sprecati

Le cerimonie che accompagnano il ricordo degli attacchi alle Torri Gemelle hanno perso perfino la retorica: è rimasto solo il piagnisteo. E intanto lasciamo che la miccia islamica si srotoli sempre più sotto i nostri piedi. Facciamoci sentire. Non guardiamo con noia all’impegno dei nostri soldati all’estero

Dopo l’11 settembre, otto anni sprecati

Ricordate? Si diceva: dopo le Torre Gemelle nulla sarà più come prima. Vero. Per le famiglie dei morti dell'11 settembre. Per quelle di chi si è trovato spedito in guerra. Per la gente coinvolta nelle azioni militari. Per qualche anima grande. Per loro senz'altro. Ma per noi? Per questo nostro mondo occidentale o forse accidentale? Niente. Anzi siamo più pirla e smemorati di prima. Giochiamo a dimenticare per non deprimerci. E intanto lasciamo che tutto ciò che ha fatto esplodere tre aerei in testa a migliaia di persone inermi, che andavano a bersi un caffè in cima ai grattacieli, o a fare fotocopie in corridoio, o pensavano al bambino malato dai nonni; lasciamo che la miccia continui a essere srotolata sotto i piedi, mentre ci gonfiamo la testa di idiozie per non guardare la realtà.
Confesso. L'ottavo anniversario dell’11 settembre speravo non lo tirasse fuori nessuno, perché è così diverso dall'11 ottobre del 2001, dall'11 novembre del 2001. E anche dal primo e dal secondo anniversario. Vedevamo le immagini in tv di formichine gesticolanti volare giù dal cielo per sottrarsi alle fiamme, la polvere nel naso di bianchi e neri e gialli. Eravamo noi i morti fatti a pezzettini. E poi vedevamo i pompieri, gli eroici pompieri infilarsi lungo le scale, sfidare il rischio non per ammazzare qualcuno come i kamikaze, ma perché è così che si fa, funziona così la vita quando è degna di essere vissuta: la si dà via per uno sconosciuto, infilandosi la tuta e il casco e poi crepando. Eravamo noi i pompieri.
I primi anni eravamo feriti. Oriana Fallaci aveva strappato la lastra del sepolcro imbiancato, aveva mostrato il lerciume di questo Occidente. Con una storia possente di libertà e di bellezza, ma un presente imbolsito, disposto a tutto, a una vita piena di aperitivi analcolici e di inshallah, pur di non combattere, pur di non darsi una disciplina interiore. Iniziavamo a raddrizzare la schiena stravaccata, a ricordare nella nebbia qualcosa di caro per cui mettersi davanti a questo nemico incombente e invasivo. C'erano i calendari dei pompieri. E poi gli operai americani con la mano sul petto dinanzi alla bandiera americana. L'idea di Patria come qualcosa senza marmo, ma dolce. Una vita buona, la domenica con le campane e le paste in piazza. Qualcosa di quotidiano e sacro. L'umanità degli indifesi: potersi battere per i figli e i nipoti, perché qualcosa di bello può essere la vita, e chi invece adora la morte in nome di una sessantina di vergini in paradiso se la vedrà con noi.
Ora non c'è neanche la retorica, ma il piagnisteo. Il solito impancarsi a giudice degli altri. Passano le immagini dei pompieri sopravvissuti al crollo delle Twin Towers: nessuno li risarcisce dei danni, non hanno la mutua, anche Obama fa poco o niente. Poi arrivano i filmati dei talebani che sono più potenti e floridi di prima, con le barbe appena appena più brizzolate, e ci si spiega che Bush ha sbagliato tutto, ma anche adesso non è che Obama funzioni. Peccato che gli unici che sapevano cosa bisognava fare allora volevano che facessimo un patto con Bin Laden accettando la sua tregua. L'unica proposta che furono capaci di lanciare era lasciar in pace a chi aveva tirato gli aerei in testa all'America: in fondo l'America se l'era cercata. Se l'America diventava buona, e stava a cuccia, leccandosi le piaghe da sola, ce la saremmo cavata tutti. Le bandiere arcobaleno ora sono sfilacciate, ma in realtà sono il sudario che avvolge questo Occidente se non morto di certo catatonico. Nessuno le agita più e neanche le fabbrica perché non c'è più da opporsi a un bel niente: è passata nella testa di noi tutti l'idea che l'inettitudine sarebbe stata meno faticosa.
L'emblema di questa resa delle anime alle canaglie islamiche l'ho visto l'altra sera al Tg1. Non me ne voglia l'ottima Monica Maggioni, che se non altro si espone ai colpi in Afghanistan. La giornalista pur di ottenere un'intervista a un capo talebano ha accettato di coprirsi con il velo, di mettersi in posizione umiliata, come fosse qualcosa meno di una persona, per lasciar dire al compare di Bin Laden, un assassino matricolato, che lui è forte e vincerà. Io avrei fatto peggio di Monica, forse. Ma Oriana con Khomeini si era tolto il velo, e aveva guardato il tiranno inturbantato orgogliosa della sua faccia e della sua civiltà. Lo stesso con Arafat e con Gheddafi. L'ha ammazzata il cancro, ma il cancro era questa nostra rilassatezza del cuore, questa svenevolezza romantica da ballo di beneficenza sul battello che scivola verso le cascate del Niagara. Si dice Titanic, di solito, il ballo sul Titanic. Ma quello aveva qualcosa di tragico e in fondo i passeggeri e gli orchestrali nulla sapevano ed erano incolpevoli. Noi invece sappiamo. Sappiamo che cosa l'islam di Al Qaida progetti, di che cosa sia capace il musulmano quando ha alla testa Osama e tizi simili. Il mondo ha avuto davanti le immagini spietate dei kamikaze a New York, Washington, Madrid, Istanbul, Londra, Bali. Il coltello che tranciava la trachea e poi lentamente la testa di ostaggi cristiani e buddisti o persino musulmani. I tagliagole stanno vincendo la guerra. Non solo e non tanto in Talibanistan (Afghanistan più una fetta sempre maggiore di Pakistan) ma nelle coscienze europee. Papa Wojtyla e poi Papa Ratzinger hanno provato a scuoterci, dicendo come non ricordiamo più che cosa sia il nostro battesimo e ce ne vergogniamo; nominiamo i valori, ma chiediamo simpaticamente che li pratichino gli altri perché a noi ci scappa da ridere. Qualcosa esiste di buono nel mondo, ci sono semi di brava gente coraggiosa e capace di voler bene. Qualcuno che vive quello che dice perché a sua volta riconosce di essere stato amato: dalla sua famiglia, dal suo popolo, dagli amici, da Dio persino. Alcune minoranze creative, vedove di Oriana. Ma, accidenti, facciamoci sentire. Non guardiamo con indifferenza e con noia all'impegno dei nostri soldati e delle nostre missioni civili all'estero in zona di conflitto. Lì si giocano due partite: quella per impedire ai terroristi islamici di prendersi le 60 bombe atomiche del Pakistan e quella per fermare la desertificazione spirituale dell'Occidente. In fondo è una partita sola. Si chiama vita, si chiama pace, amore. Le altre parole le conosciamo, stanno scritte appena sotto la polvere della noia per un anniversario sprecato.

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