Riecco latomica. Iraniana, naturalmente, che preoccupa il mondo. E riecco, naturalmente, Israele, pronto a colpire, con il consenso degli otto Grandi. Tutto tra sabato e domenica. Il nodo del nucleare di Teheran, che sembrava destinato a trascinarsi a lungo, tra negoziati esasperanti quanto inconcludenti, e sanzioni talmente mirate da sembrare simboliche, ha ripreso improvvisamente forza e, con esso, gli scenari di una nuova crisi militare nel Golfo Persico.
A imprimere laccelerazione, per ora soltanto mediatica, è stato il capo della Cia, Leon Panetta. Intervistato dallAbc, ha dichiarato che lIran «possiede uranio debolmente arricchito sufficiente per fabbricare due bombe», e che i tempi rischiano di essere molto più rapidi del previsto. Fino a poche settimane fa, gli esperti americani ritenevano che il regime degli ayatollah non sarebbe stato in grado di costruire lordigno prima di cinque, se non addirittura dieci anni. Soltanto Israele sosteneva che i tempi fossero più stretti; ma la comunità internazionale temeva che Gerusalemme cercasse pretesti per chiudere militarmente la crisi.
Ma ora i servizi segreti americani sembrano ricredersi. Secondo Panetta «Teheran avrà bisogno senza dubbio di un anno per fabbricare lordigno e di un altro per sviluppare un sistema operativo per lutilizzo dellarma». LIran, insomma, non sarà in grado di colpire Israele prima dellestate del 2012.
Due anni sono pochi, pochissimi. La finestra temporale tende a chiudersi, anche considerando lorientamento del G8. È stato Silvio Berlusconi a rivelare che, a Toronto, i leader degli otto Paesi più industrializzati «ritengono probabile una reazione anticipata di Israele», nellambito di uno scenario «accolto con preoccupazione», ma cui evidentemente i Grandi non si oppongono.
La palla, insomma, è nel campo dellIran. O Teheran interrompe sul serio i suoi programmi o persino la paziente America del titubante Barack Obama non potrà opporsi a unazione militare dello Stato ebraico. Lo stesso Panetta ha evocato un patto con Gerusalemme. «Gli israeliani sanno che le sanzioni avranno un impatto, sanno che continuiamo a spingere lIran sul fronte diplomatico. Ci vogliono lasciare il tempo di cambiare lIran diplomaticamente, culturalmente e politicamente anziché cambiarlo militarmente».
E allora: Israele rimarrà paziente ancora per un po, nella speranza, peraltro tenue, che le nuove sanzioni producano qualche effetto. Ma è improbabile che lo Stato ebraico permetta allIran di arrivare in prossimità del traguardo. E infatti, secondo il Jerusalem Post, laeronautica israeliana avrebbe spostato armi e attrezzature in una base in Arabia Saudita da usare contro Teheran. Insomma, interverrà prima. Verosimilmente entro la fine del 2011. In un mondo che diventa sempre più complesso.
La vicenda del generale Stanley McChrystal - rimosso dal comando delle forze americane e Nato in Afghanistan in seguito alle pesanti critiche formulate nei confronti dello stesso Obama - ha evidenziato le difficoltà statunitensi in questarea. La sensazione è che Washington non abbia le idee chiare su come procedere. La buona notizia, annunciata dal capo della Cia, è che le capacità operative di Al Qaida in questo Paese sono ai minimi di sempre. Secondo Panetta i militanti sarebbero addirittura solo una cinquantina. La cattiva notizia è che le forze di Al Qaida non sono state sradicate, ma si sono trasferite nelle zone montagnose del Pakistan, ovvero di un Paese che, in teoria, è amico.
Le domande che ne conseguono sono semplici e di buon senso: ma se rimangono soltanto 50 terroristi, ha senso continuare a combattere? Non è meglio affrontare il nodo del Pakistan? E ancora: i talebani rappresentano un nemico invisibile eppure ben radicato sul territorio in Afghanistan. Qual è lobiettivo finale degli Stati Uniti? È possibile ottenere una vittoria stabile con la conseguente, definitiva pacificazione del Paese?
Interrogativi che a tuttoggi restano senza risposta. LAfghanistan è la terra degli eterni dilemmi, come quello su Osama Bin Laden.
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