La lunga retromarcia della Turchia: sempre meno Europa e più islam

di Fiamma Nirenstein
La Turchia continua a sconcertare. Di nuovo più che un’operazione politica sembra una grintosa presa di posizione, come tutte quelle del governo di Recep Tayyp Erdogan, il governo del partito islamista Akp, anzi un riposizionamento, la ricerca di un nuovo «brand» che mette in imbarazzo chi tiene per il suo ingresso in Europa: dopo aver portato alla cancellazione da parte americana e italiana delle esercitazioni «Aquila anatolica» perché il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu aveva disdegnato di volare con gli F16 di Israele, ieri dieci ministri turchi (fra cui lo stesso Davutoglu) si sono spostati in massa a Damasco, con cui la Turchia era quasi in guerra negli anni 90, per partecipare al nuovo «Consiglio di cooperazione strategica» con la Siria.
La Siria, è bene ricordarlo, è un Paese molto controverso, il suo rapporto con l’Iran degli ayatollah, la sua implacabile inimicizia verso Israele, la sua persecuzione dei dissidenti, e soprattutto la sua funzione di centrale di distribuzione di armi e di terrorismo la resero ai tempi di Bush un elemento centrale dell’«asse del male». Molti hanno cercato nel tempo di recuperarla, senza mai riuscirci. Un’alleanza così stretta presuppone una fiducia simile a una comunanza di idee. Ma la Turchia, dai tempi di Kemal Ataturk aveva sempre rappresentato la speranza di una presenza laica e moderata all’interno del mondo musulmano, e questo ne aveva fatto un candidato per l’Ue. Forse l’accanita opposizione che la Turchia ha incontrato in questi anni è stata frutto di un eccessivo antagonismo, ma il fatto è che l’identità che le ha conferito Erdogan è sempre più aggressiva.
Con l’Akp al potere il Paese è sempre più soggetto a impulsi islamici. In patria, la tolleranza ottomana e turca è stata sostituita da una forte pressione a conformarsi ai costumi musulmani e dall’intimidazione a chi non è d’accordo, testimoniata da un sensazionale processo a militari (tradizionali custodi della laicità kemalista), giornalisti, ufficiali governativi non conformi alla linea. Anche una multa pazzesca (2,5 milioni di dollari) imposta al Dogan Media Group ha segnalato la scelta di colpire la libertà di stampa antigovernativa.
Un gesto basilare nel cambiare rotta è stato nell’agosto l’invito ad Ahmadinejad, carico di onori e lodi, con una incredibile e inusitata ripresa televisiva nella Moschea Blu per tutto il tempo della sua pia preghiera. La visita è stata seguita dalla dichiarazione che la Turchia non si unirà a nessuna sanzione per fermare la corsa iraniana all’atomica. Un’altra visita molto celebrata è stata quella del presidente sudanese al Bashir, accusato di strage e crimini di guerra in Darfur.
Ma più di tutto colpisce l’atteggiamento antisraeliano degli ultimi mesi, che è come una bandiera alta su un pennone che fino a ora innalzava uno stendardo di mediazione. La Turchia ai tempi della guerra di Gaza, del tutto immemore dei missili di Hamas su Israele, si è lanciata nella più sfrenata delle accuse allo Stato ebraico, anche se è difficile dire se le perdite di curdi musulmani fatte dai bombardamenti turchi del nord Irak siano minori di quelle causate dall’esercito israeliano Gaza.
Molti analisti sospettano che i morti di Gaza siano stati per Erdogan la scusa per distanziarsi da Israele con cui sono tuttora vivi, nonostante tutto, importanti legami commerciali. Gli insulti lanciati a Davos da Erdogan a Shimon Peres, premio Nobel per la pace, e l’insistenza della Turchia rifiutata da Israele, a stabilire una navetta diplomatica con Hamas, il fallimento delle trattative con la Siria che Ankara aveva sponsorizzato, le tante affermazioni di Erdogan come quella che Israele dovrebbe essere espulsa dall’Onu hanno portato al gesto estremo di dichiarare il boicottaggio di Israele alle esercitazioni militari congiunte. La risposta americana e degli altri Paesi coinvolti è stata precisa: allora non se ne fa di nulla. È la parola d’ordine che l’estremismo di Ankara potrebbe ricevere sulla sua ambizione europea, specie adesso che i militari, delegittimati e sostanzialmente esautorati, non sono più là a garantire la stabilità democratica.

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