Andrea Indini
Sono partiti a tappeto i controlli in tutti i phone center e gli internet point di Milano. In base alle recenti disposizioni del Ministero dellInterno sulle norme antiterrorismo, i locali di telefonia sono stati subito messi sotto stretta osservazione, in particolare quelli, e sono moltissimi (quasi l80 per cento), gestiti da immigrati. Dopo gli attentati di Londra la vigilanza è altissima e a tutto campo, ma la capillarità con cui i phone center sono diffusi in tutta la città rende loperazione piuttosto difficile. Ma è davvero possibile controllare una rete così estesa?
«I controlli sono opportuni, anche se per ora la situazione non è cambiata di una virgola - spiega polemicamente Matteo Salvini, europarlamentare e capogruppo della Lega in Comune -, gli immigrati continuano a fare quello che vogliono perché aprire i centri è troppo facile». Venticinquemila euro, iscrizione alla Camera di Commercio, partita Iva e benestare del ministero e si può aprire un phone center. Poi tocca alla Telecom, a cui spetta lallacciamento della linea. «Sembra lunga - spiega lassessore alla Sicurezza Guido Manca -, ma in realtà è una trafila molto semplice: se si tratta di telefonia il proprietario del negozio non deve chiedere alcun permesso. Solo per aprire un internet point bisogna passare dalla questura e, successivamente, il titolare è costretto a richiedere un documento di riconoscimento ai suoi clienti». Questo perché le telefonate «sono rintracciabili dai tabulati - spiegano in questura - mentre via internet non rimane traccia alcuna». Proprio per questo, «siamo rimasti sconcertati - continua Manca - e abbiamo intenzione di chiedere lumi sullinterpretazione di questa normativa: per i phone center non è stato mosso un dito: fortunatamente sono partiti i controlli che chiediamo da tempo».
Anche se alcune (poche) regole esistono, vengono davvero rispettate? Chi controlla, per esempio, che gli ambienti siano adeguati o che il trasferimento di denaro sia pulito? «È tutto un grosso punto di domanda - conclude Manca -. Ci troviamo davanti locali che creano apprensione, insicurezza e oggettivi disagi sulla popolazione». Sparsi in tutta la città, dalla periferia al centro, i phone center hanno ogni anno una crescita spropositata. Pur non essendoci un vero e proprio elenco dettagliato, dai 156 negozi che erano presenti sul suolo milanese nel 2001 si è passati a 335. Via Pellegrino Rossi ne conta una trentina, mentre via Settembrini venti. L80 per cento dei phone center è in mano a extracomunitari. Se ne contano 3.151 in tutta la Penisola (circa il 30 per cento in più nel giro degli ultimi due anni) e 978 in Lombardia. Di questi, un terzo si trova a Milano. In realtà i numeri servono davvero a poco, se non a farsi unidea sommaria del fenomeno. Il numero reale di questi negozi non lo sa nessuno. «Molti non sono registrati, altri compaiono sotto il nome di cartoleria o internet point: contarli è impossibile», fanno sapere dalla Camera di Commercio.
«Il vero problema è un altro - spiega concitato Giulio Gandolfi, consigliere di Forza Italia della zona 2 -: mancano norme precise che regolini questi negozi. Non cè sicurezza per i cittadini che vi abitano intorno». Perché, a dirla tutta, non è la mancanza di norme precise a spaventare i milanesi, non sono nemmeno le libertà che i proprietari di questi negozi si prendono tenendoli aperti anche nei giorni di festa e fino a orari imprecisati. «È una giungla - afferma spazientito Carmelo, che abita in zona -: qui in via Padova i phone center rimangono aperti anche alla domenica e, troppo spesso, fino alle tre di notte». Poi, ci sono i problemi collaterali. «Lì dentro succede di tutto, ma nessuno sa niente», conclude lazzurro Gandolfi. Così basta un niente a far sorgere i soliti problemi. La lista è lunga. «Si passa - spiega Gandolfi - dal riciclaggio di denaro sporco al traffico di permessi di soggiorno, fino anche allo spaccio di droga.
Phone center, via ai controlli anti-terrorismo
Boom di aperture, nel 2001 erano 156. Fi: «Mancano norme precise per queste attività»
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