Solo i ragazzi sanno vedere il mondo: "A first firewall", il film di Wang Lina

Wang Lina racconta "A first farewell", suo primo film e ritorno all’infanzia, nella natura selvaggia di Shaya, oasi al confine con il deserto del Taklamakan

Quando le sale cinematografiche cinesi hanno finalmente riaperto i battenti la scorsa estate, dopo un’attesa lunga 180 giorni, il primo film proiettato nella Cina post-Covid 19, è stato A First Farewell. Nulla di più adatto che portasse con sé la malinconia, la gioia, la speranza e l’incertezza coltivate da tempo dai numerosi cineasti e appassionati di cinema cinesi. Il claim dei manifesti pubblicitari, “La speranza di rivedersi matura dopo una lunga separazione”, coglieva perfettamente questo stato d’animo, e dipingeva con realismo sia l’ambiente del cinema cinese che l’emozione che la giovane regista Wang Lina intendeva trasmettere in questo suo primo lungometraggio.

Il film è un poema e una dedica alla terra della regista, lo sconfinato deserto del Taklamakan, le foreste dorate di pioppi Populus euphratica, l’acqua scintillante dei laghi, le greggi di pecore che si avvicinano alla luce dell’alba e le scene di vita quotidiana degli Uiguri del sud dello Xinjiang. Si tratta di una storia di separazione e di ricerca della maturità. Privo di attori professionisti, il film narra la storia di due ragazzi della contea di Shaya, nello Xinjiang, che stanno vivendo il primo distacco della loro vita. Il piccolo Isa appartiene a una famiglia in cui la madre è malata da anni e il padre lavora con fatica tutto l’anno. La sua è una vita semplice, ma ardua: occuparsi delle pecore, seguire la madre smarrita e curarla non sono occupazioni a cui un ragazzo della sua età dovrebbe dedicare la maggior parte delle energie. Per motivi reali, il padre decide di ricoverare la donna in una casa di riposo per anziani, e nel frattempo il fratello maggiore di Isa parte per andare all’università. Il piccolo deve così fronteggiare la prima crudele separazione della sua vita. Per vincere la solitudine, egli si rivolge all’esterno, occupandosi a turno della custodia degli agnelli con l’amica di giochi Kalbinur, e girovagando come un pazzo nel deserto e nella foresta di pioppi. Nel frattempo, anche nella famiglia di Kalbinur sta maturando una separazione. I genitori di
lei, che vivono della coltivazione del cotone, ritengono che nel loro remoto villaggio sia impossibile offrire una buona educazione ai figli. Dopo lunghe considerazioni, la madre convince il padre a trasferirsi a Kuche, una grande città che può garantire loro un futuro migliore. Nella scena finale, Kalbinur, seduta nel retro del camion, già piena di nostalgia vede allontanarsi il paese natale sempre più, mentre Isa, rimasto nel villaggio, per l’agitazione perde il suo inseparabile agnello.

Il film, che presenta lo stile narrativo di Abbas Kiarostami, ha procurato alla regista debuttante una serie di riconoscimenti. Nel desolato l’inverno cinematografico del 2019, A First Farewell ha lasciato la Cina incontro al mondo, ottenendo in Germania il premio quale miglior film nel settore di concorso “Generation Kplus” alla 69esima Berlinale e in Giappone quello per il miglior film nella sezione “Asian Future” del 31esimo Tokyo International Film Festival. Nella foresta dei segni della narrazione cinematografica, la storia di Wang Lina trabocca di espressioni poetiche. “Non sono interessata alle trame drammatiche, ai conflitti e al finale, ma al mondo interiore dei personaggi” lei racconta. “Per me, la cosa più importante è esprimere l’animo umano, nutrito dalla vita, dalla letteratura e dalla cultura”.

In realtà, il film è un figlio inatteso delle riprese di un documentario. Wang Lina stava preparando un’opera audiovisiva incentrata su dieci anni di vita di un gruppo di ragazzi uiguri che abitano ai limiti del deserto. Arrivando alla MeDoc (una società di produzione cinese) la giovane regista aveva presentato al produttore i materiali girati e una ricca documentazione. Tutto fu molto apprezzato per la ricchezza espressiva e le magnifiche scene. Nacque da qui l’idea di un lungometraggio. Carica di nostalgia per la propria terra natale e riflettendo sul dolore della separazione vissuta in adolescenza, Wang Lina è così ritornata al punto di origine della sua vita: Shaya, nello Xinjiang. Shaya è un’oasi al confine con il deserto del Taklamakan, e benché arida e povera, è abitata da tempo da gente forte come i pioppi che qui si ergono da millenni. Lina ha puntato la cinepresa verso la terra dove è cresciuta e la scena iniziale del film narra con precisione i ricordi della sua infanzia: “Tra la casa e la scuola c’era un lunghissimo sentiero. Nella stagione delle more, il loro profumo ci accompagnava per tutto il cammino. Nella stagione dell’uva, camminavamo piano piano, e un vecchio uiguro, quando arrivava sul suo carretto, si fermava e ci faceva contare i peli della sua barba, un compito che non siamo mai riusciti a completare! Però avevamo in cambio sempre dell’uva dolcissima da gustare”. Jin Yucheng, l’autrice della novella Blossoms, disse a suo tempo che “l’adolescenza è la culla della composizione
letteraria, da cui ci allontaniamo e a cui infine facciamo ritorno”. La migliore postilla alla storia di Wang Lina. Un secolo fa, nel suo libro Ancient Society l’antropologo americano Lewis Henry Morgan affermava che il bacino del fiume Tarim è la culla della civiltà mondiale. La scoperta della leggendaria “chiave d’oro” lasciata dagli antichi nel deserto del Taklamakan ha come splancato qui la porta alla cultura mondiale. E c’è una una vita che l’abitante di una metropoli non può immaginare. Una canoa, ricavata dal legno di pioppo, scivola sulle acque del fiume, dal profondo del deserto del Taklamakan giunge lieve il suono delle campanelle dei cammelli, le foglie dei pioppi millenari frusciano nel vento… Per esprimere il suo profondo amore per la terra natale Wang Lina vuole usare i colori forti: “solo negli ampi orizzonti delineati dal fiume, dal deserto e dai pioppi è possibile percepire tutta l’esuberante vitalità una volta esaurita la furia del vento.

Gli artisti delle minoranze etniche si ergono tra cielo e terra con i loro strumenti musicali e fanno risuonare la musica e le ballate di
questa terra. La nostra infanzia nasce qui, dove tutto è libero e selvaggio”. La natura selvaggia ha nutrito quello spirito libero che i giovani protagonisti mostrano nel film. La scelta di Wang Lina di impostare tutta l’opera raccontandola dagli occhi dei ragazzi è una semplice proiezione di se stessa. Gli adulti sono in secondo piano, la regista abbraccia la visione di una vita libera propria dei ragazzi: “perchè loro non raccontano il mondo, ma lo scoprono, senza considerare affatto la loro immagine e la loro voce al suo interno”. Una ripresa in particolare, poi presente nel film, ha tanto fatto riflettere la regista. In classe il maestro chiede a Isa che cosa sogni di fare da grande, e lui risponde di voler diventare medico per curare la mamma. Incalzato dal maestro, Isa aggiunge “voglio anche comprarmi un giocattolo”. Un’aggiunta spontanea del piccolo attore, che ha raggiunto l’animo della regista. “Ho sentito come un avvertimento continuo a non perderci nel pessimismo delle nostre emozioni. Raccontando questi ragazzi, la storia non va dipinta secondo la nostra immaginazione, ma tornando semplicemente alla nostra infanzia”. A First Farewell racconta in realtà la separazione e la maturazione di ognuno di noi, dall’abbandono del grembo della mamma, a quando impariamo a camminare, dal primo giorno di asilo a quando, più adulti, ci trasferiamo
per studiare o lavorare. La separazione è un tema perenne della vita. I due protagonisti del film compiono il loro primo approccio alla vita reale. La terra natale resta il luogo colmo di dolcezza che ci accetta sempre incondizionatamente. “Solo considerando la nostra umanità al pari della nostra terra natale si possiede davvero una terra natale”, afferma la regista. Nella prima metà del 2020 tutti hanno vissuto troppe separazioni e anormalità. Wang Lina ha completato la sceneggiatura del suo secondo film nel periodo dell’epidemia, continuando a fissare gli occhi sul deserto del Taklamakan: “l’unico punto di incontro delle quattro grandi civiltà, così grande da poter accogliere il dolore dell’intera umanità, ma anche così grande da darle un nuovo impulso”.

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