Sviluppo o terrorismo? L'importanza della provincia dello Xinjiang

Lo Xinjiang è una provincia chiave per la riuscita della Nuova Via della Seta. Si trova di fronte ad un bivio fondamentale, ed ecco perché

Situato nel nord-ovest della Cina, lo Xinjiang è una regione autonoma che si estende per oltre 1.6 milioni di chilometri quadrati ed ospita una popolazione superiore ai 24 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali appartenente alla minoranza etnica degli uiguri, etnia prevalentemente musulmana. Fino a qualche anno fa lo Xinjiang era un territorio considerato assai pericoloso a causa di tre piaghe: terrorismo islamico, estremismo e indipendentismo. Dai Paesi limitrofi le organizzazioni terroristiche erano solite infiltrarsi in questa regione cinese per raccogliere adepti e organizzare attentati. Il governo cinese si è così rimboccato le maniche attuando una serie di misure di emergenza per controllare capillarmente l’intera area, ed anche se oggi la situazione è migliorata Pechino non può permettersi di abbassare la guardia.

Lo Xinjiang è collocato geograficamente in una zona altamente sensibile ma, al tempo stesso, strategica in senso geopolitico e commerciale, poiché è proprio da questa regione che passa il mastodontico progetto della Nuova Via della Seta (la Belt and Road Initiative). Proposta per la prima volta dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, la Bri punta a rinforzare la cooperazione economica tra l’Asia e l’Europa. L’obiettivo di Pechino è creare un sistema winwin, all’interno del quale tutti gli Stati partecipanti possano ottenere vantaggi concreti. Al fine di riuscire nell’intento l’iniziativa mira a rafforzare i collegamenti infrastrutturali tra la Cina e i vari Paesi coinvolti nel progetto.

Lo Xinjiang può dunque essere definito uno degli hub fondamentali della Nuova Via della Seta. Non a caso la scorsa estate le autorità cinesi hanno inaugurato un nuovo percorso ferroviario che parte da Xi’an, entroterra della Cina, fa tappa a Urumqi, capoluogo della regione autonoma uigura, e procede verso l’Europa dopo aver attraversato il valico di Horgos. Grazie alla pianificazione del governo, lo Xinjiang ha potuto contare anche su un netto miglioramento delle proprie condizioni economiche. Basti pensare che nel 2019 ben 645mila persone sono uscite dalle condizioni di povertà e che la stessa sorte è capitata anche a 976 villaggi e 12 contee, sciolti finalmente dalle catene della miseria.

Nei primi 11 mesi dello scorso anno, inoltre, lo scalo di Khorgos si è particolarmente distinto, registrando un volume totale di scambi commerciali pari a 15,7 miliardi di dollari e gestendo quasi 31,41 milioni di tonnellate di merci, tra importazioni ed esportazioni. Quelli appena citati sono soltanto alcuni dei benefici portati nella regione dalla Nuova Via della Seta. Per essere più precisi, sono tre in realtà i corridoi economici che si snodano nell’immenso Xinjiang. Il primo è il cosiddetto New Eurasian Land Bridge Economic Corridor, e connette le regioni costiere della Cina orientale ai mercati dell’Europa settentrionale.

Il secondo è il China-Central West Asia Economic Corridor, il quale parte da Urumqi e si estende per tutto il Medio Oriente fino a sboccare nel porto del Pireo, in Grecia. Il terzo corridoio risponde al nome di China-Pakistan Economic Corridor: unisce il centro cinese di Kashgar al Mar Arabico. In altre parole, lo Xinjiang è un anello imprescindibile per garantire la fluidità della Nuova Via della Seta. Ecco perché la stabilità interna della regione si è trasformata, oggi più che mai, in una priorità assoluta per il governo cinese. Esiste tuttavia una questione enorme: le organizzazioni terroristiche attive negli Stati limitrofi. Con le loro azioni criminali questi soggetti creano disordini all’interno della società uigura. Il pericolo più grande arriva dal Movimento islamico del Turkistan orientale (Etim), che nel corso degli anni ha organizzato innumerevoli attentati nella regione più occidentale della Cina, con l’intenzione di separarla dal resto del Paese.

Le idee diffuse dai terroristi dell’Etim abbracciano la medesima ideologia radicale ed estrema che genera il caos in molti Stati del mondo. Il governo cinese è così dovuto correre ai ripari, e tutt’ora si sta impegnando per estirpare una volta per tutte l’ombra del terrorismo dallo Xinjiang. Un nemico, il terrorismo islamico, contro il quale sarebbe quanto mai utile unire le forze con Pechino in un’azione coordinata e congiunta. Negli ultimi mesi sono andati in scena diversi forum e summit internazionali dove, anziché affrontare questo tema, i leader internazionali hanno preferito trattare i nodi economici derivanti dalla guerra dei dazi, oppure rilanciare ipotesi più o meno fantasiose sulla repressione degli uiguri e sulla limitazione dei diritti umani nello Xinjiang.

La prossima piattaforma di confronto sulla lotta al terrorismo potrebbe essere il viaggio di Donald Trump in terra cinese per la fase due dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina. In quell’occasione sarebbe auspicabile che il presidente Usa inserisse la collaborazione antiterroristica con il Dragone in cima all’agenda politica americana. Una cooperazione del genere è uno strumento eccellente per favorire la nascita di un sistema economico mondiale aperto e inclusivo.

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