A Monti una fiducia record: "Colpiamo chi ha dato meno"

Il neopremier alla Camera predica umiltà, chiede consenso e guarda al futuro. Montecitorio si scatena, tra lutto al braccio e zuffe

A Monti una fiducia record:  "Colpiamo chi ha dato meno"

Roma - Non è vero ma ci credo. «Non sono servo dei poteri forti», aveva detto Mario Monti in Senato. «Di poteri forti in Italia non ne conosco, pura fantasia, magari l’Italia ne avesse di più», ripete alla Camera, dichiarandosi «disturbato» dalle «offensive allusioni». Si può concordare, come per gli influssi negativi dei gatti neri (invisi al premier, e non solo). I poteri forti non esistono, però servono.
La giornata cruciale dell’insediamento del nuovo governo (in serata giura anche il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, nel tondo) comincia così all’aeroporto di Fiumicino, dove di buon mattino il presidente del Consiglio si reca per ricevere gli auguri di Papa Benedetto in partenza per il Benin.

Auguri o benedizione lungo i 70 metri percorsi assieme, poco cambia. Di lì a poco, in Aula, Monti incassa la più cospicua fiducia della storia patria, dopo aver annunciato con orgoglio che martedì sarà a Bruxelles per incontrare i capi della Ue e giovedì a un pranzo di lavoro con la Merkel e Sarkozy, su loro proposta, per varare un direttorio a tre «permanente» nel quale viene richiesto all’Italia «un contributo di idee». All’Italia, cioè a lui, SuperMario, che dai «poteri forti veri, quelli che ho avuto il privilegio di vedere da Commissario europeo» 10 anni fa venne definito «il Saddam Hussein del business» (in quanto aveva proibito la fusione tra due grandi società americane nonostante le pressioni del presidente Bush jr). «E questi poteri forti lo ricordano ancora».

Appare così evidente che il suo predicare «umiltà», «sobrietà», «rispetto», il suo costante richiamo alla «ricerca del massimo consenso dei partiti e delle forze sociali», a un impegno per questo «supplizio, no servizio di governo», non si declinerà affatto in un potere travicello e ostaggio delle forze politiche, ma all’opposto. Anzitutto la durata: «Proietto la mia squadra di governo sulla prospettiva da qui alle elezioni, altrimenti non avrei neppure accettato e chiesto la collaborazione di personalità di questo rango», dice. Facendo capire ai gruppi parlamentari che «se abbiamo successo, vinciamo tutti, se fallisco perdete voi». Dunque, potere forte tra poteri indeboliti. Il suo piano è ancora top secret ma fa capire che il suo governo colpirà «chi ha dato meno».

Mirabile ribaltamento di prospettiva realizzato grazie allo stile compassato, ma non alieno da fine umorismo british. Con ironia Monti cerca la dimensione giusta, e per farlo ricorre all’understatement sfoggiato fino al limite dell’esibita crisi di identità. Si dichiara «indignato» persino lui, ma per la politica messa sotto accusa dai cittadini (circostanza che pure l’ha lanciato a Palazzo Chigi). «Quando mi chiamano presidente non sono ancora certo che stanno parlando con me» (ma poco prima, in aula: «Chiamatemi professore, il titolo di presidente durerà poco, i presidenti passano, i professori restano»). Ancora: «Sentendo la Lega avevo soprassalti identitari, sono anch’io varesino?». Oppure: «Non usate espressioni come staccare la spina: non siamo apparecchi elettrici, si porrebbe un problema identitario, rasoio o polmone artificiale?». Perfida metafora bipolare, tra il minaccioso taglio di lama e chi dà ossigeno alla politica, «aiutandovi ad accrescere credibilità».

Eppure, dice ancora Monti, «a me va bene che i partiti mi appoggino così», «se ci sarà l’urgenza» addio consenso preventivo sui pacchetti di misure, se la gente protesta «dipende da quello che è stato fatto o non fatto in Parlamento». Dura reprimenda, per chi prevede tra le sue funzioni «il disarmo reciproco». E una consegna speciale ai ministri: non parlate a mercati aperti.

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