L’allarme era già altissimo, e ha cominciato a essere ancora più forte dopo la morte dei due anarchici deceduti mentre progettavano una bomba che avrebbe dovuto colpire il polo della polizia di Roma Tuscolano, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano. I due nuovi martiri del mondo anarco-insurrezionalista cui hanno dedicato anche un gruppo in nome del quale avrebbero condotto le future azioni. Un clima di tensione, alimentato dal carcere duro prolungato al loro leader Alfredo Cospito in cui l’intervento della Digos di Roma è stato fondamentale, perché è andato a smantellare una cellula con profonde ramificazioni in tutta Italia. “Anche oggi un plauso alle donne e agli uomini della Polizia di Stato e a tutti gli investigatori che, con il coordinamento dell’autorità giudiziaria che ringrazio, con un’attività complessa e altamente qualificata, hanno disarticolato una rete eversiva di matrice anarchica attiva sul territorio nazionale che aveva preso di mira infrastrutture strategiche per il Paese, tra cui quella dell’Alta velocità”, ha dichiarato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi.
“Le indagini evidenziano inoltre, ancora una volta, come la campagna di mobilitazione estremista sviluppatasi negli ultimi anni attorno alla vicenda di Alfredo Cospito abbia continuato ad alimentare, in alcuni ambienti radicalizzati, percorsi di violenza e di attacco alle istituzioni democratiche. Questa operazione è un colpo durissimo alla rete anarco-insurrezionalista e conferma l’elevatissima capacità di prevenzione e contrasto espressa dalle Forze di polizia e la massima attenzione su questo fronte della magistratura”, ha concluso il ministro.
Il piano parte da lontano, da luglio 2025 quando, come ricostruiscono gli investigatori, la cellula terroristica si è incontrata in un’area boschiva e appartata di Vicovaro, nei pressi di Roma. Gli investigatori tenevano sotto controllo l’area e lo stesso casale da tempo e hanno ripreso gli anarchici arrivare alla spicciolata, senza telefoni per non essere intercettati e non essere seguiti. Sono rimasti lì per tre giorni e due notti a pianificare l’attentato, un lunghissimo meeting al termine del quale hanno bruciato i fogli degli appunti per non lasciare traccia anche in caso di una perquisizione. È chiaro che non si tratta di soggetti alle prime armi ma di un’organizzazione che sa come muoversi, che conosce le strategie investigative e che ha alle spalle una struttura solida e con esperienza. L’attacco italiano non è isolato: negli ultimi mesi sono stati diversi gli attacchi alle infrastrutture ferroviarie nel nostro Paese, l’ultimo solo poche settimane fa alla stazione di Verona durante la protesta al Brennero. Ogni azione ha trovato una sua rivendicazione ma, a differenza del passato, non ci sono sigle, non ci sono firme ma l’organizzazione sembra aver trovato una fluidità identitaria, utile per diluire la capacità investigativa e non fornire target esatti.
Le azioni italiane si collocano in un quadro internazionale: basta ampliare lo sguardo per rendersi conto che i movimenti anarchici, seppur sottotraccia, stanno riprendendo vigore. Dalla Danimarca alla Grecia, dove insistono le cellule che hanno stretto maggiori legami con gli esponenti italiani. Ci sono ancora diversi sabotaggi, compiuti a partire da gennaio di quest’anno, che sono oggetto di indagine per individuare i responsabili: 7 febbraio gli ordigni e gli incendi di Bologna e Pesaro del 7 febbraio; 8-9 febbraio molotov ad Abbadia Lariana; il 30 maggio a Verona.
A questi si aggiungono gli attentati nei distributori, contro compagnie assicuratrici e contro centri di ricerca. Una escalation che vede il ritorno dell’anarchia d’azione nel nostro Paese, con tutte le conseguenze del caso.