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Il Pen America si spacca sul boicottaggio contro gli scrittori ebrei

In un messaggio pubblicato su Instagram Mengestu ha motivato il proprio addio denunciando quella che ha definito la "persistente incapacità" di Pen America di difendere la libertà di espressione "in modo giusto ed equo"

Il Pen America si spacca sul boicottaggio contro gli scrittori ebrei
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Lo scontro tra Israele e i palestinesi ha finito per far detonare una delle istituzioni culturali più importanti degli Stati uniti.

Lo scrittore etiope naturalizzato statunitense Dinaw Mengestu che è il presidente del Pen America - associazione fondata nel 1922 e con sede a New York, il cui obiettivo è aumentare la libertà di espressione negli Usa e nel mondo - ha rassegnato le dimissioni a soli sette mesi dalla sua elezione, aprendo una nuova fase di tensione all'interno di questa storica organizzazione.

La sua decisione è maturata in seguito alle durissime polemiche generate da un rapporto pubblicato dall'associazione e riguardante il crescente isolamento a cui sono sottoposti scrittori israeliani ed ebrei nel panorama editoriale internazionale.

In un messaggio pubblicato su Instagram Mengestu ha motivato il proprio addio denunciando quella che ha definito la "persistente incapacità" di Pen America di difendere la libertà di espressione "in modo giusto ed equo". Secondo lo scrittore, infatti alcuni documenti prodotti dall'organizzazione rischiano addirittura di legittimare la repressione di determinate forme di dissenso politico. All'origine dello scontro interno al Pen cè il rapporto "A Silent Moratorium", pubblicato il 9 luglio e basato su interviste a oltre trenta scrittori, traduttori, agenti letterari e professionisti del settore editoriale israeliani o ebrei. Le testimonianze raccolte convergono tutte nel descrivere un crescente isolamento dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Gli intervistati riferiscono di eventi cancellati, difficoltà nella pubblicazione di nuovi romanzi o saggi, campagne di molestie online e inviti a non leggere autori israeliani. Il clima di paura e di disagio è tale che molti dei contributi sono stati raccolti in forma anonima. Tra le testimonianze firmate figura quella molto pesante dell'agente letteraria Deborah Harris, che racconta come la sua agenzia (una delle più importanti di Israele), in passato capace di vendere ogni anno negli Usa i diritti di cinque-dieci romanzi israeliani, non ne abbia collocato nemmeno uno dopo il 7 ottobre 2023. Harris riferisce inoltre di aver ricevuto svariati suggerimenti affinché smettesse di proporre autori israeliani agli editori. Alcuni scrittori hanno inoltre raccontato di essere stati invitati a ridurre nei propri manoscritti i riferimenti a Israele. Il documento affronta anche il tema delle campagne di boicottaggio culturale. Nell'autunno del 2024 oltre 7mila scrittori e operatori del settore avevano sottoscritto un appello per il boicottaggio di case editrici, festival, agenzie e pubblicazioni israeliane ritenute complici di fronte all'oppressione dei palestinesi. E in quel caso anche il Pen fu accusato di filo sionismo. Nel 2024 numerosi autori contestarono la risposta dell'organizzazione alla guerra di Gaza, accusandola di non sostenere gli scrittori palestinesi e le posizioni filo-palestinesi. La protesta portò al boicottaggio dei premi letterari e del festival internazionale World Voices, costringendo l'associazione ad annullare sia la cerimonia di premiazione sia l'edizione 2024 della manifestazione. Menghestu pensa che queste proteste non siano state immotivate e che "il boicottaggio è una forma di dialogo" e ha annunciato l'interruzione definitiva di ogni rapporto con l'organizzazione. Intanto il Pen tiene duro nella sua opposizione ai boicottaggi.

Secondo Publishers Weekly, la

vicepresidentessa del consiglio di amministrazione, Tracy Higgins, assumerà la presidenza ad interim fino alla nomina di un nuovo presidente, che dovrà essere scelto dal consiglio e successivamente approvato dagli iscritti.

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