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Letteratura

Croce e la lotta contro la fine della civiltà

Nel “Vesuvio pensante” di Desiderio, gli aspetti attuali del pensiero del grande filosofo

La filosofia è andata a sbattere. Così tornano Croce e Gentile

G iancristiano Desiderio è autore di un’opera fondamentale in tre volumi – Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce -- indispensabile per chi voglia studiare il pensiero del filosofo napoletano nel suo sviluppo. Ora Desiderio pubblica (presso Bibliopolis, 160 pagine, 20 euro) una raccolta di suoi brevi saggi – Il Vesuvio pensante. Il fuoco in Benedetto Croce – assai acuti e utili per chi voglia approfondire alcuni nodi cruciali del pensiero crociano.

Io segnalo prima di tutto il saggio La grazia, dedicato allo scritto di Croce Perché non possiamo non dirci «cristiani». Il saggio del filosofo napoletano era di altissima ispirazione: «in esso, egli diceva, si vuole unicamente affermare, con l’appello alla storia, che noi non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani, e che questa denominazione è semplice osservanza della verità». Il mirabile saggio crociano, dice Desiderio, ebbe più interpretazioni, alcune strettamente filosofiche e altre esclusivamente politiche: sbagliate, perché Croce con il considerare la rivoluzione cristiana come la più importante e l’unica realmente riuscita nella storia umana non intese né ribadire una dottrina né formulare una politica, ma schiarire prima di tutto a sé l’ora buia della civiltà minacciata non solo dalla guerra ma dalla mostruosità totalitaria che – ecco il punto – non sarebbe finita nemmeno con il dopoguerra e avrebbe continuato a minacciare la civiltà e la libertà. Quando don Luigi Sturzo lesse a New York il saggio crociano ne colse il senso profondo: libertà contro totalitarismo. La sintonia fra il filosofo e il fondatore del Partito Popolare era su questo punto pressoché perfetta, e non poteva essere diversamente dal momento che il loro pensiero politico e la loro concezione della vita erano non solo avversi al totalitarismo, ma erano consapevoli che la minaccia totalitaria, vuoi nella forma nazionalsocialista vuoi nella forma comunista, era una malattia dello spirito.

Nel secondo dopoguerra, con l’affermarsi nell’Europa orientale e in Russia del totalitarismo sovietico, sempre più minaccioso, sempre più pronto a far scomparire la libertà dal mondo civile, a Croce si impose un’idea angosciosa: la possibile fine della civiltà. Egli scrisse infatti: «Talvolta popoli civili si imbarbariscono, si rinselvatichiscono, si animalizzano o ridiventano bestie feroci, e tornano nella natura». Una verità amara, difficile da accettare. E infatti gli uomini avevano tessuto l’illusione che la civiltà umana sia la forma a cui tende e in cui si esalta l’universo, e che la natura le faccia da piedistallo. Ma questa era solo una illusione.

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