Il titolo pensato all’inizio per il libro di Andreea Simionel (sì, con due e, ed è italiana di origine rumena, questa scrittrice di trent’anni) era Il bolo. Poi il bolo è rimasto impigliato in una bellissima pagina, a suonare pericolosamente affine a «bile», per rappresentare una rabbia che percorre tutto il volume, un fight club personalissimo alle prese con i demoni dell’identità. Nei ringraziamenti di chiusura, il bolo designa anche la bozza iniziale di questo suo primo, per casa Rizzoli, romanzo di 343 pagine (18 euro) che vanno a costituire il corpo di La ragazza d’aria. È questo, alla fine, il titolo scelto che, per chi scrive, è stato istintivamente associato al titolo di un saggio di Massimo Recalcati sull’anoressia, Clinica del vuoto.
E infatti l’anoressia la incontriamo presto, nel libro, con una dolorosità che non indulge mai alla ricerca dell’elemento scabroso, ma che è capace di emozionare senza retorica. Concentriamoci sulla sua protagonista Aryna, la cui storia richiama quella di Andreea: un’adolescente di 15 anni, arrivata a Torino da due, che in classe deve spiegare il suo nome e che decide di firmare i suoi temi come Arianna. La spia di un disagio, da una parte, per gli insegnanti; l’occasione di un rimprovero da parte della mamma che continuamente le fa presente l’importanza di custodire i ricordi della Romania, della famiglia là rimasta. In questa continua tensione di nomi e lingua, fatiche a integrarsi (non solo per origine, ma anche per status economico), ci sono però meravigliose storie di amicizia e intesa, comprensione e solidarietà: mai buonismo, ma semplice umanità, tutta venata dalla complessità di sentimenti mai univoci. L’amico del cuore, con cui Aryna parla dei «massimi sistemi» nell’intervallo a scuola, viene a un certo punto allontanato per paura, si allontana poi lui stesso in seguito a una vicenda sgradevole, infine ritorna; Masha, l’amica «straniera» come lei, la scuote man mano che la vede precipitare nel pozzo dell’anoressia (e non quello della salvifica scrittura cui una supplente illuminata cerca di indirizzare Aryna): eppure viene tenuta all’oscuro del ricovero al Regina Margherita. Ancora, la compagna di ospedale, Anna, diventa quasi figura della malattia, dell’intruso che via via ti svuota, facendoti diventare ragazza d’aria, e ti riempie, tornando a appesantirti per attingere a quella «Credenza degli Obesi» che fa del sistema famiglia il sistema malato da una parte, ma anche quello attraverso il quale potersi risanare. Soprattutto se il padre ti compera un computer per iniziare a scrivere e trovare così una nuova identità, quella di scrittrice.
